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21/03/12

Gli alti lài...


So mica perche’ mi prendo certe rogne, io. Devo avere una sorta di mirino, qui piantato nella fronte, per scegliere tutte le faccende che – le avverto con grandi intuito e lungimiranza – mi sfracelleranno la minchiazza a lungo e tanto.
Una persona e’ nevrotica, instabile, irascibile e manesca? Me la scelgo subito come mamma, guarda. La vedo proprio dall’alto e urlo al cielo “Mia! Miaaa!” che si sa mai ci finisca nella pancia qualcun altro. No, io.
Ho un momento di vita tranquillo, sereno e senza increspature, da suscitare invidia anche a sanFrancesco? Ma salvo il primo cazzodicane senza coda che mi capita! Ecco cosa.
Che non ho mica capito se son io che sbaglio. Che a me non riesce mica di trattare ‘gli animali' di casa come ‘bestie’, come cose a se’ stanti’: per me sono un paio d’occhi che mi guardano, un carattere ben preciso, un baffo arcuato o una barbetta sotto ad un grosso naso. Sono loro. Tutto li’. Ed e’ quello che mi frega.
Penso sempre di aver confidenza, una certa affinita’ e una indubbia intimita’ con costoro che mi girano per casa, e no. Non e’ mica cosi’ sai?
Mi alzo prestissimo e alle seiemezza di mattina son gia’ li’ che giro per prati con il Ciciu, massi’ dai, quello brutto e senza coda. Quello che si esprime con grossi bau, insomma. E niente.
Lo tratto bene, che mica tutti hanno i prati sotto casa e la mattina si possono permettere di vedere i daini, il volo delle poiane e calpestare le violette. Maledetto ciccione. E invece, dopo giri e giri, si ritorna a casa che io andrei di nuovo a dormire, mi scappa la pipi’ e mi devo ancora preparare che il treno ha questo brutto vizio qui, che non lo so, ma non mi aspetta mica. E allora di corsa, rientra con lui che tira il guinzaglio per conquistare il filo d’erbetta, o il volo della farfallina. Voglio dire, perdere il treno per un cacchio di filo d’erba non sarebbe mica onorevole, conveniamone. E che ti succede?
Che quando rientriamo in casa, che devo fare ancora tutto di corsa, dalla pipi’ alla vestizione da persona seria che lavora. Eccolo.
Mentre mi agghindo come la madonna del petrolio e sono in bagno, lui che fa?
Un paio di attentati ai gatti, pretendendo di schiacciarli sotto quelle zampacce neanche fosse 'n bel gioco. Evabbe’. Un paio di attentati alle ciotole dei gatti. Evabbe’ bis. E la cacca in entrata.
No, voglio dire, e’ stato n’ora sui prati, porcacciailsuointestino! Niente. Sul pavimento. Li’, bella piazzata al centro con tanto di filo d’erba che fa capolino.
Gli va bene che lo amo, senno’ visto che non ci capiamo mica, avrei gia’ divorziato, guarda!
Ma pensa tu che vita – e’ il caso – di mmerda.

31/01/12

Al tempo de' tremuoti.



Ci vogliono le botte di culo civogliono. Che prima – e siamo solo a venerdi’ (scorso) – cerchi di scendere al lavoro e invece niente treni. Ma nenache a pagarli, guarda. Neanche ad aspettare li’ sul binario al gelo, prima un ritardo, poi un po’ di piu’. Niente. Che dicessero subito che il povero treno lo hanno soppresso come n’cavallo zoppo. No. Cinque minuti. No, scusate cari e dolci fruitori dei sedili sporchi e delle carrozze gelide, i minuti sono venti. Oh, acciderbolina, siete ancora li’ sul binario come cetrioli in salamoia? Ma che disdetta! Perche’ Cari utenti del treninosanto, ora sono settantacinque – avete capito giusto, davvero, non siamo spiritosi siamo solo geniali – minuti di porcoritardo. E niente. Li’ ogni volta che entri e esci dalla sala d’aspetto che alla fine odora di piedi al tepor di calorifero del povero senzatetto che s’e’ ritirato al calduccio (che almeno le stazioni servono a qualcosa di caritatevole e buono, ogni tanto) e odora di giornali spiegazzati nervosamente, e di sciarpe annodate e di incazzatura svaporante dai cappelli. Ecco. Che alla fine i treni ti hanno temprato la pazienza ma anche i polmoni, dopo una mattinata cosi’, sti simpaticoni.
Ma per fortuna arriva il fine settimana, e sei gia’ contenta che sali a Torino dall’Ammmmoretuo e quindi va bene, pazienza anche lo sciopero dei treni. Tu li freghi, che ora prendi l’auto. Anche se pagare il carburante pel viaggio te sei impegnato un rognone. Per dire. Sali che ti guidi che ti sali, e fai dei bei pezzi di provinciale – tanto e’ parallela (na’mazzaferrata) e almeno risparmi di autostrada – e senti alla radio che c’e’ stato il terremoto. Allafaccia! Poi? Ancora qualcosa deve succedere? Gli ufo? Un tornado? La bufera di neve?
La terza che hai detto. Quella. Che gia’ il viaggio Alessandria (vuoi uscire per Acqui la bollente? No grazie, proseguo), poi Asti (vuoi na’ botte da cinquecento litri? Vuoi na duja? Mapeccarita’, sono a dieta rigida, solo tremila calorie al giorno non di piu’) e alla fine… non lo so. Mi son persa. A furia di proseguire per strade di provincia provinciali io non so piu’ dove sto andando. So solo che c’e’ scritto Milano tangenziale Nord.
No vabbe’, dai, scherzo. Ero nella famosissima cittadina dove e’ nata la SimonaVentura. Pero’ era indice indiscutibile nonche’ indubitabile che ero di parecchio fuori strada. Ho visto panorami belli pero’, questo si’. Che e gia’ qualcosa, e alla fine dopo solo quattro ore di viaggio sono arrivata a casa – contro le due che ci metto in autostrada, bella furba io! – e credevo che cagnino, nel suo spazio bagagliaio di griglia salvaconducente munito, fosse deceduto di noia. Che io a chiamarlo, a fischiare, e chiama chiama. Lui niente. S’e’ spaventato del terremoto, vuoi vedere? Mi si e’ aperto il portellone quando mi sono fermata per rispondere al telefono, omioddio, vuoi vedere che l’ho perso a Castello d’Annone, che non so quasi che posto sperduto sia, figurati un po’. Ecco, pensieri del genere che son mica piacevoli, che poi mentre li fai te li pensi e ripensi, e alla fine ti convinci. Ecco. Tanto che son scesa dall’auto, in tangenziale di Torino (che non e’ una cosa sempre consigliabile) per vedere se era vivoomorto. Sbadigliava, il merda.
Ecco. E poi si sono aperte le cateratte della neve, diosantodelcielo innevato. Che menomale che io ch’io il suv (ma mica per farelafiga, e’ che abito n’cima ai monti e in mezzo aiboschi, io. E quindi), e alla fine anche se la fifa regna, uno poi guida sino a casa, prima o poi, no? Che l’Ammoremio mica mi ha lasciata andare via subito, percarita’. La scusa del maltempo era cosi’ carina del resto.
E quindi?
Ecco, volevo dire che c’e’ qualcosa di strano e sbagliato in questa vita come la conduciamo noi. Che alla fine basta fermarti – per forza degli eventi e non della volonta’ ma non significa – un po’, rallentare. Guardarti intorno e riprendere ritmi che la quotidianita’ fa dimenticare.
La verita’ e’ che viamo in maniera innaturale, che non ci puo’ rendere felici. Lo so perche’ oggi ero davanti alla stufa accesa. Fuori cadevano fiocchi di neve. I gatti addormentati a formare due ciambelle. Il naso bagnato del mio cane che saltava nella neve alta. E un sorriso dentro.
Come un cuore caldo che puoi tenere stretto, e non ti viene da chiedere altro. Ne’ cose, ne’ oggetti. Solo quel tepore e quel benessere…
Da non chiedere altro che esserci. Essere li’.

25/01/12

Più che sfigata, scusate, son gnocca...

di riflesso

Che vedi, a volte basta una affermazione un po’ stupida.

Ti vengono in mente cose ormai distanti, le rispolveri con la malinconia e il sorriso un po’ piegato. Una tenerezza come se guardassi un figlio e non un te stesso ormai perso nel tempo, distante vent’anni.
Quando studiavo all’Universita’ ero una bambola fragile. Che non sapeva di essere. Ma sapeva di doversi dar da fare, di dover guadagnare le pagine, i libri, le proprie giornate.
Cosi’, per molto tempo – non ricordo se furono anni e quanti – quella robina fragile e piccola solo fuori, si alzava alle quattro del mattino. Con il buio, con il vento fuori di una Genova accesa solo del giallo dei lampioni. E scendeva a piedi, a volte in compagnia del suo papa’, lungo stradine, vicoli. E gli alti muraglioni ancora bui la spingevano piano al lavoro, dove giu’ al porto si apriva una citta’ diversa, gia’ sveglia. Concitata e rumorosa alle cinque del mattino. Perche’ quella ragazza che ero io, andava “in Ciappa” (che detto cosi’ lo so, sembra una brutta cosa ma e’ l’antico nome riservato al Mercato del Pesce, a Genova. E si chiama cosi’ perche’ erano tutti banchi in marmo, sui quali poggiavano il venduto. E quei banchi di marmo bianco li chiamano ‘ciappe’ appunto) e saliva sul suo scranno, alto da terra e salvo dal pavimento luvego e bagnato, e iniziava a segnare le pesate dei pesci. L’astatrice, si diceva.
Lavorava li’, faceva quello la ragazza che ero io.
Poi, quella ragazza, raggomitolata in enormi piumini d’inverno (che erano gli anni ottanta dei moncler e degli scarponcini da paninaro), che il mercato e’ sempre stato aperto, e frusciante di abitini d’estate che raccoglievano la corrente dei portoni aperti, e le bordate di ghiaccio che ricopriva il pescato, prendeva, si cambiava d’abito negli uffici al piano di sopra e alle otto, nove del mattino – quando terminava la vendita – si incamminava verso l’Universita’ a seguire le lezioni.
Di storia dell’arte, che prevedevano (oh, se lo ricordo bene) normalmente anche la visione di diapositive. Al buio. E dopo aver lavorato sin dall’alba.
Ecco. Che mi cadeva la testa penzoloni spesso, sugli appunti. Sui capelli che ancora trattenevano salsedine e odore di pesci.
Vedi? anche parole stupide possono attorcigliare ricordi. Riannodare giornate distanti. E tutto sommato, possono far pensare che, no, non mi sono laureata entro i ventottoanni povera sfigata, ma almeno nella vita mi muovo come una persona intelligente, io.

13/01/12

La vita con te...

Che mi guardi con quegli occhi che sembrano dire: "Che ho fatto stavolta?". Ecco.
Stavolta hai fatto che non mi hai lasciata dormire, porcoduncane.
Che ogni due ore hai pensato fosse giusto avvicinarti zampettando, quatto quatto, al letto e uggiolare sottovoce (si', hai anche la faccia tosta di fingere di farlo piano, quasi a dire "Disturbo?"), e cosi' Hiiiiiiiiiiiii hiiiiiiiiiiiiiiiiiiii, dimmi cosa vuoi, dimmi perche' mi fai alzare alle dueedieci di notte.
Cacca? Pipi'? Boh. Anche tu, che mi guardi alla luce arancione e soffusa del comodino, potresti rispondere, no? Niente. Ti accompagno giu' dai tre scalini, su' per gli altri nove scalini e poi fuori. Espleta pure, ma sbrigati! Che c'era un vento terribile stanotte, a ondate, che dava manrovesci al tetto, alle piante.
Macche', non era urgenza cacca e nemmeno pipi'. Avrai paura del vento...
E allora spingi il culone di smozzico di coda dotato, e coccola, e carezza. E carezza e coccola ancora. Magari prendi sonnolenza. Che piu' che altro la sonnolenza l'avevo addosso io, ma pazienza.
Niente. Spegni tutto che si prova a ridiscendere a nanna. Un freddo porcaccione e la pelle come le galline. E dieci minuti, dieci d'orologio e nuovamente tictic di zampe cagnesche sul pavimento. Zona letto, il mio.
Eri di nuovo li', con gli occhioni ingranditi dalla vicinanza che sembravi il Gattoconglistivali della Pixar, diosanto!!! Con l'aria supplichevole e colpevole insieme.
Mentre io, di nuovo a chiedermi come mai, perche' non dormi e che cacchio ci fai sveglio. Fra poche ore mi devo alzare e tu stai anticipando un po' troppo l'operazione. Mah.
E scendi i tre gradini, sali gli altri nove spingendo cane. Evabbe'. Riproviamo con cacca e pipi', magari hai lo stimolo a scoppio ritardato. Di nuovo stropicciando gli occhi, cercando di saltellare da un piede all'altro - scalzi - per non prendere troppo freddo. Ancora.
Niente. Che penso allora fosse proprio la paura del vento, senno' non mi spiego come mai. Proprio tu che dormi filato filato peggio di me, e' strana sta cosa.
Che in mezzo ai pensieri appannati dal sonno inizi anche a considerare "Oddio il Ciciu mio cane sta male? cosa avra'?" ma tu prendi il tuo giochino e inizi a menare la testa di qua' e di la' scuotendo il povero residuo smozzicato di balocco. Razzadibastardo! Invece che le coccole stavolta ti prendoacalcinculo, alla faccia degli animalisti e dei vari CesarMillan. Per dire.
Tu, brutto porcoduncane che questo avantendre' me l'hai ripetuto ancora e ancora, nelle ore successive - anche se ti sei attaccato al tram, perche' ho fatto finta di non sentirti vigliacco che non sei altro, disturbatore del sonno altrui - giuro che stanotte sto sveglia solo per il gusto di venire a scocciare te, buttandoti giu' dalla branda, guarda.
Che poi l'ho scoperto cosa ci avevi, brutta oloturia chenonoseialtro.
Appena mi sono alzata barcollando alle seimenounquarto, stamani (che sembravo proprio il pirata Jack Sparrow guarda, ma meno lucida) ti ho messo nella ciotola la tua colazione fumante - che io sono mica normale, mi alzo all'alba e cucino per te, mica apro le scatolette io, e oggi l'albergo prevedeva ali di pollo disossate con fegatini e cuoricini sempre del povero pollo con carote e pasta corta, filo 'olio bbuono e pizzico di sale, maremmalatuamaiala dei bambini che hanno fame - e ti sei fiondato 'bbuffandoti come se non avessi mangiato da mesi, anche se ieri sera hai fatto pasto parallelo nonche' sovrabbondante. Niente.
E' che avevi fame, ecco cosa.
Perche' appena terminato (in un lampo, in un secondo di neutrino della Gelmini, praticamente) il lauto e fiero pasto ti sei fiondato sul divano, beato e ronfante che non sentivi nemmeno piu' i gatti che ti passeggiavano sopra, e ho detto tutto.
Mi diventerai una boa, come me, lo sento. Diventerai una botte ripiena di macinata e crocchette per gatti - ladro! Diventerai un tir con tanto di autoarticolato, un intero convoglio su quattro zampe. Un barile di grasso, cacca e gas in ordine sparso e non in quantita' decrescente.
Ti portero' giu' a rotolare per i prati anziche' a correre.
Ma almeno, forse, sara' salvo il mio sonno.