Che vedi, a volte basta una affermazione un po’ stupida.
Ti vengono in mente cose ormai distanti, le rispolveri con la malinconia e il sorriso un po’ piegato. Una tenerezza come se guardassi un figlio e non un te stesso ormai perso nel tempo, distante vent’anni.
Quando studiavo all’Universita’ ero una bambola fragile. Che non sapeva di essere. Ma sapeva di doversi dar da fare, di dover guadagnare le pagine, i libri, le proprie giornate.
Cosi’, per molto tempo – non ricordo se furono anni e quanti – quella robina fragile e piccola solo fuori, si alzava alle quattro del mattino. Con il buio, con il vento fuori di una Genova accesa solo del giallo dei lampioni. E scendeva a piedi, a volte in compagnia del suo papa’, lungo stradine, vicoli. E gli alti muraglioni ancora bui la spingevano piano al lavoro, dove giu’ al porto si apriva una citta’ diversa, gia’ sveglia. Concitata e rumorosa alle cinque del mattino. Perche’ quella ragazza che ero io, andava “in Ciappa” (che detto cosi’ lo so, sembra una brutta cosa ma e’ l’antico nome riservato al Mercato del Pesce, a Genova. E si chiama cosi’ perche’ erano tutti banchi in marmo, sui quali poggiavano il venduto. E quei banchi di marmo bianco li chiamano ‘ciappe’ appunto) e saliva sul suo scranno, alto da terra e salvo dal pavimento luvego e bagnato, e iniziava a segnare le pesate dei pesci. L’astatrice, si diceva.
Lavorava li’, faceva quello la ragazza che ero io.
Poi, quella ragazza, raggomitolata in enormi piumini d’inverno (che erano gli anni ottanta dei moncler e degli scarponcini da paninaro), che il mercato e’ sempre stato aperto, e frusciante di abitini d’estate che raccoglievano la corrente dei portoni aperti, e le bordate di ghiaccio che ricopriva il pescato, prendeva, si cambiava d’abito negli uffici al piano di sopra e alle otto, nove del mattino – quando terminava la vendita – si incamminava verso l’Universita’ a seguire le lezioni.
Di storia dell’arte, che prevedevano (oh, se lo ricordo bene) normalmente anche la visione di diapositive. Al buio. E dopo aver lavorato sin dall’alba.
Ecco. Che mi cadeva la testa penzoloni spesso, sugli appunti. Sui capelli che ancora trattenevano salsedine e odore di pesci.
Vedi? anche parole stupide possono attorcigliare ricordi. Riannodare giornate distanti. E tutto sommato, possono far pensare che, no, non mi sono laureata entro i ventottoanni povera sfigata, ma almeno nella vita mi muovo come una persona intelligente, io.
Lavorava li’, faceva quello la ragazza che ero io.
Poi, quella ragazza, raggomitolata in enormi piumini d’inverno (che erano gli anni ottanta dei moncler e degli scarponcini da paninaro), che il mercato e’ sempre stato aperto, e frusciante di abitini d’estate che raccoglievano la corrente dei portoni aperti, e le bordate di ghiaccio che ricopriva il pescato, prendeva, si cambiava d’abito negli uffici al piano di sopra e alle otto, nove del mattino – quando terminava la vendita – si incamminava verso l’Universita’ a seguire le lezioni.
Di storia dell’arte, che prevedevano (oh, se lo ricordo bene) normalmente anche la visione di diapositive. Al buio. E dopo aver lavorato sin dall’alba.
Ecco. Che mi cadeva la testa penzoloni spesso, sugli appunti. Sui capelli che ancora trattenevano salsedine e odore di pesci.
Vedi? anche parole stupide possono attorcigliare ricordi. Riannodare giornate distanti. E tutto sommato, possono far pensare che, no, non mi sono laureata entro i ventottoanni povera sfigata, ma almeno nella vita mi muovo come una persona intelligente, io.