facoltativamente rossa...

02/07/19

Di due ne facciamo uno. Forse.

Ovvero la puntata finale, la 24 di Dororo.
E comunque è l'amore che salva.
E comunque è l'unico anime che mi pare finir meno male di tanti altri: non ci avrei scommesso una briciola.
E comunque non sono riuscita ad attendere oggi l'ultima puntata in uscita su Amazon e l'ho vista di straforo - con sottotitoli in inglese - su Youtubo. Guardata a spizzichi e bocconi, senza esagerare ma spostandomi in avanti velocemente, per adempiere alla missione spoiler: definitiva.
Non mi sentivo davvero di vedere qualcosa che mi straziasse ulteriormente.
E comunque (è l'ultimo, giuro),  il commento morale con cui si chiude la storia è molto duro. Come dev'essere.
Ti racconta molte cose di te, di noi. Di chi sceglie di starti accanto riempiendo le tue fragilità, di chi ti ama e ti fa da braccia e gambe come può e quando serve. Perché sostanzialmente l'unico organo davvero necessario per sopportare il carico del destino è il cuore.
Ti racconta che se davvero desideri qualcosa, probabilmente sarai determinato a ottenerlo ma ci sarà un prezzo e sarà altissimo.
A cosa sei disposto? a cosa rinunci? quali barriere del tuo animo riesci a spostare in avanti per arrivare al tuo traguardo?
Se, come in questo anime, sei nato con molti pezzi in meno (non importa se fisici; puoi non aver olfatto, vista, udito o magari brandelli di anima. Manca, ti manca qualcosa. Manca a tutti), ha senso perdere tutto il resto per riaverli?
La vita non ti sta insegnando, forse, che aver trovato qualcuno che ti protegge, ama, accudisce è molto di più? che la vita va benissimo anche senza raggiungere mete che rischiano di buttare via la parte più profonda di te stesso?
Ma qui, no: terribilmente si arriva sino in fondo. Anche a dispetto di un'etica interiore che dovrebbe fermarti.
Ne vale la pena? 
Non risponde. Lascia alle nostre coscienze il quesito.
Yakkimaru è stato defraudato di tutto alla nascita, da un padre che ha preferito darlo in pasto ai demoni piuttosto che governare il suo dominio con fatica e rischio. L'intero popolo ha vissuto per anni sul nulla, usufruendo del dolore di una creatura malnata. Ora Yakkimaru si vuole riprendere tutto: passa sopra (distruggendo) a coloro che lo hanno definito demone, vedendolo mostruoso nella sua disabilità. E passa sopra a fratello, madre e padre.
Il finale è uno spargimento di sangue inenarrabile. 
Lui è ancora una vittima? 
L'animo pulito di Dororo la fa rincorrere il suo amato Aniki ("fratellone"): ha ragione, non importa se resta senza braccia, gambe o senza vista: gli resterà sempre accanto e sarà le sue braccia, i suoi occhi.  Ma non vuole che commetta l'irreparabile, non desidera che egli acquisti degli arti perdendo se stesso. Soprattutto saranno il cuore l'una dell'altro. Non ne abbiamo dubbi già dal primo episodio, e non sapevamo ancora che Dororo fosse una ragazzina.
E comunque no.
Lui si riprende tutto. 
A questo punto sta a voi pensare quanto giusto o sbagliato.
Ma c'è una cosa che resta brillante e alta in tutta la storia: l'amore vince. 
Qualche volta. Questa, sì.


25/06/19

Per quelli che sono persone a pezzi.


Faccio recensioni senza né capo né coda, lo so. Quando mi appresto a buttare giù due righe - non richieste da nessuno - ho in testa alcuni punti da trattare. Cane se poi lo faccio.
Ma ci provo.
Sto guardando alcune serie di anime; le guardo come baluardo di sopravvivenza poiché a mio avviso c'è più filosofia, umanità e verità in molti di questi "cartoni animati" che in molta parte della culturicchia imperante. Probabilmente necessito di un certo tipo di profondità, di rettitudine e - diciamolo - di una dose di dolore da strappar via, che è caratteristica sempre ben presente in questi soggetti. Parlo dell'acqua calda se dico che hanno un approccio diverso da quello 'occidentale'. Che poi, mi sento in dovere di specificarlo ma non mi è molto chiaro cosa significhi perché io guardo questo tipo di arte/cultura dalla pre-adolescenza (fase mai più abbandonata), ormai è talmente innestata nelle nostre vite che si potrebbe parlare di una cultura fluida che in diagonale taglia e cuce le distanze fra l’Occidente, in generale e in special modo la nostra Penisola, con l’Isola del Sol Levante.
Se ho imparato lealtà, sconfitta e arte del rialzarsi dal pavimento – non ho nemmeno vergogna ad ammetterlo – lo devo maggiormente ad Harlock e ad eroi simili piuttosto che attraverso l'esempio famigliare.
Ammetto possa esser triste ma giuro che è vero.
E dopo questo inutile, prolisso ed autoreferenziale cappello magari posso anche scrivere di cosa diamine volevo parlare.
La verità è che mi appresto a fare un resoconto di qualcosa che mi ha colpito nelle viscere e ogni cosa che mi prenda così violentemente (può essere una cosa positiva? La intendo tale), e sappia mordere il cuore mi riesce difficile.
Però proprio per questo desidero scriverne: perché se ha avuto questo impatto emotivo su di me, con gusti caparbi e difficili, allora proprio significa che deve avere un certo peso atomico.

Hai mai sentito parlare della serie Dororo
Ero in cerca qualcosa che mi distogliesse la testa dal terribile dolore ed empatia provate per un’altra serie meravigliosa: Banana fish. Da guardare, assolutamente, ma che lascia con i nervi scoperti e il cuore in cristalli esplosi. Avverto.
L’idea quindi era quella di scegliere qualcosa di leggero che facesse sorridere.
Mai scelta fu più ignorante.
Dororo ha in copertina un monello dalla faccia simpatica: che potrà mai essere di pericoloso?
https://images.app.goo.gl/kbM54y6Rz4JbW1vt7


Anche la grafica di qualità ineffabile e il racconto ambientato nel Giappone medioevale dei samurai non ti mettono in sospetto. Niente, dritto filato nell’inferno pensando di assistere a un giro di giostra.
Male.
Perché la simpatia della faccetta di Dororo ti sta sgambettando velocemente verso una storia bellissima, dolorosa, piena di anima e di significato. Ci caschi con questi cavolo di anime, ci caschi sempre. 
Non sono mai banali, non sono mai superficiali. E ti scavano nel profondo come un artiglio che sa esattamente quale sia il tuo punto debole.
Parti con il sorriso stupido di chi crede di guardare i Pokemon e finisci per rimanere con il sorriso piegato verso il basso, l’amaro nel cuore.
Ed è una storia che è stata scritta negli anni Sessanta! Ma con temi universali e atemporali: che ci mettono di fronte alla mostra umanità, alla nostra essenza.
La storia si spiega velocemente: Daigo è il signore di quello che “da noi” potremmo definire uno stato feudale; i suoi territori stanno passando un periodo di carestia, decide perciò un patto con i demoni. In cambio di prosperità, ricchezza e pace concede ai demoni di un tempio la cosa per lui più preziosa.
Questa cosa preziosa è il figlio che in quell'istante sta per nascere.
Il bambino, appena vede la luce, risulta privo di tutti gli arti, della pelle del volto, degli occhi… insomma, un immondo pezzo di carne che le levatrici si sbrigano a far sparire, nonostante la disperazione della madre.
Un classico: viene avvolto e disposto su una barca e alla deriva in un fiume.
Ma questa sfortunata creatura non morirà. Ha voglia di vivere.
Da qui si srotola questa storia di straordinaria umanità, caparbietà forza d’animo e cuore. Perché questo piccolo essere destinato ad esser cibo per i demoni, invece, viene trovato da un chirurgo che costruisce protesi per i feriti e mutilati delle guerre fra samurai (e per i deceduti che ha la carità di ricomporre, in un gesto di enorme rispetto): è il padre putativo perfetto per questo essere disgraziato. Lo chiama Yakkimaru, letteralmente “Piccolo Mostro” e gli insegna a vivere con i mezzi che ha a disposizione.
Infatti se egli non sente, non vede e si deve muovere usando protesi, ha però la capacità struggente di ‘vedere’ gli altri attraverso l’osservazione della loro anima. Ne vede il colore, ne sente la presenza. E ha, per contro, una forza sovrumana.
Impara a combattere i demoni, i fantasmi che devastano i paesi che attraversa; ogni qualvolta riesce a sconfiggere uno di questi demoni riconquista una parte del suo corpo. Ma ne varrà la pena? Riacquistando il suo corpo che ne sarà della sua anima?
Una metafora abbastanza semplice, certo, ma gestita e raccontata con una profondità straordinaria.
E Dororo? Che c’entra?
Dororo è – apparentemente – il contraltare di Yakkimaru. Un ‘monello’ (non chiedetemi perché metto fra virgolette questo aggettivo), che incontra a inizio avventura e resterà al suo fianco. Si sosterranno, si aiuteranno, cresceranno insieme.
Tutto l’anime è basato sul continuo soppesare quanto le apparenze ingannino; quanto chi non vede con gli occhi spesso vede meglio di chi ‘guarda’. Ti mette di fronte alla domanda di quali e cosa siano i limiti per ognuno di noi, di cosa sia la solidarietà, la forza del cuore, i legami e l’amore più profondo; quello a cui non sappiamo dare un nome perché non necessita di definizioni ma che è il motore del mondo.
Una storia intensa, dolorosissima.
Un anime che versa litri di sangue, certo: il contesto storico in cui è inserito dovrebbe suggerirci immediatamente che ne vedremo schizzare in continuazione. Ma è una denuncia. Il racconto va deprecando l’inutilità della violenza, la superficialità con cui gli uomini sacrificano la vita.
Non riesco ad aggiungere molto di più di questa trama perché si rischia di svelare dettagli che invece sorreggono l’intera storia e che è giusto vengano scoperti un pizzico per volta; una sciabolata di katana per volta, una gamba o un braccio che si rigenerano di volta in volta. Persone che sembrano tali e che sono invece fantasmi, anime malvagie.Niente è ciò che sembra. Ma lo capirete solo se sarete abbastanza ciechi da vedere con il vostro cuore… in questo caso saprete già il senso e il finale della storia. Vi sarete innamorati di Dororo e Yakkimaru, questo è certo.






18/06/19

Nippon, nel cuore.

Da sempre ho questo legame con un'isola. 
Le isole sono nel mio destino e anche questa non fa eccezione. Oggi la penso, la penso con tutte le mie (le nostre) vibrazioni.
Le cronache di questi minuti parlano di un forte terremoto e del conseguente tsunami che sta correndo veloce.
Quando ripenso a immagini di enormi cavalloni di fango, che rotolano e avvolgono le coste del Giappone sento la pelle incresparsi. Certo, non è prerogativa solo di questo Paese ma non ho nessuna intenzione di inanellare gare di disperazione.
Vedo acqua, ribollente e nera e ho una triangolazione in mente, perché non so fare a meno di collegamenti, di fili che passano - non visti - da un affetto a un altro, da una passione ad un'emozione.
Non so se nella vita le cose ci capitino come granelli, sotto ai nostri piedi, che appaiono lì per caso e invece no. Non credo.
Sento che per me non è così.
In questo momento - forse per contrappunto - il pensiero del Giappone mi fa pensare che ad esso sono legati alcuni Artisti che amo di più. Forse proprio il podio personale, a rifletterci. La trinità del mio cuore, se si può dire.
Ed è così sin dalla mia adolescenza (quindi da un sacco, ma proprio tanto, tanto tempo!): li trovai riuniti tutti sotto al nome del bellissimo ed intenso film che in Italia tradussero con il titolo "Furyo". Così mi colpì allora, così mi disturba e colpisce ancora adesso.
Qui 'dentro' ci sono tutti e tre: David Bowie, David Sylvian e Ryuichi Sakamoto.



Tutti con ruoli diversi (Sakamoto nella sua prima prova attoriale), Bowie con una delle sue più riuscite recitazioni, Sylvian interpretando una musica che solo la sua voce. Uno dei brani (ed è sempre merito di Sakamoto), più belli del secolo, a mio avviso; tutti con una intensità che mi è entrata sotto pelle e non mi ha più lasciata. 
Devo essere un'orribile persona tentata dalle sole parvenze: nella pellicola infatti Bowie e Sakamoto mi paiono di una bellezza sfacciata e che, unita alla storia, buca il cuore. Magari è un mio limite.
Ma poi si unisce alla voce e all'avvenenza androgina di Sylvian e allora. Sì, ho la conferma. 
Li trovo così orribilmente bravi, così esageratamente epici. Storia, fattezze, voci, musica. Assumono ai miei occhi il giganteggiare degli dei.
Ecco, continuo a pensare che siano un amore costante nel tempo, per me. Che ha oltrepassato mode, periodi, distanze temporali.
Sono rimasta costante e innamorata di un tema di fondo. Non sono mai cambiata, pur morendo.



Copertina del vinile, colonna sonora del film.









18/02/19

Dei silenzi.


Mi hai redarguita, nel sogno.
"Non scrivi più?".
Lo sai che non scrivo. Non verso veleno, se posso evitarlo.
Quando riesco, tento di non farmi smermerizzare dalla montagna dei luoghi comuni.
Altrui.
Non mi interessa di ciò che dovrei essere, sentire e vivere da un punto di vista che non è mio.
Non vivono con le mie braccia e il mio, nostro cuore; eppure pare sappiano meglio di me cosa dovrei provare, cosa dovrei affrontare.
Per quello il silenzio, qui dentro.
Quel silenzio che so, non ami: tu che aspetti di sentire la mia stupida voce.
Alla fine si deve cedere al desiderio di chi ti ama. E quindi scrivo. E quindi fingo di esserci.
Tu continua a chiedere.




12/02/19

Come Lady Hawke

Ti cerco ogni singola notte, sai? 
Perché quello è il momento in cui andiamo a dormire e mentre sprofondiamo nel sonno non ci sono distanze.

Il momento in cui si dileguano i margini e mi appoggio a te. Trovo la tua pelle. Trovo il tuo respiro. Ti riconosco. Lo sai che ti riconoscerò ogni volta.

Quello, è il nostro momento. 
Ti trattengo in quel margine che non è dove vivo io, né dove tu ora esisti. Il nostro mondo a metà. In questo mondo sul limite, oggi, ti prego, allarga le braccia come sai. 

Perché ti stringerò più forte. 
Ti stringerò sino a che il tuo e il mio cuore andranno in risonanza, come sempre. E per un istante, un istante del nostro mondo a parte tu ci sarai. 

Come sempre.




24/08/18

Troppo tempo (che non ti scrivo)

Ciao,
perdonami.
Faccio cose stupide e le faccio in continuazione.
Mi fotografo in controluce. Per vedere se nella fotografia, poi, scorgo l'ombra della tua presenza.
Così come mi guardo, quando la luce è solo un angolo tagliente, negli specchi; poi mi inclino, osservo ogni imperfezione e ombra, rifratte al mio fianco. Cercando la tua altezza, vicino a me.
Perdonami se sono così insulsa. Se non ci credo mai abbastanza, eppure non smetto di provarci.
Se non mi guardo più, per nessun altro motivo.
Se cammino sempre con sufficiente spazio al mio fianco, per lasciare posto a te.
Se tendo le dita nel tentativo di incontrare le tue.
Se agli occhi degli altri questo può sembrare anche apprezzabile, mentre io lo considero solo un burrone inutile, un gigantesco vortice da cui non voglio uscire.
Perdonami.
Se non sono mai stata saggia.
Se rubo le parole altrui, se mi immedesimo e poi smetto di essere io. Se interpreto sempre il ruolo del più cattivo e mi lascio prendere dalla collera, dalla peggior permalosità, dalla polemica.
Se non ho freni senza la tua calma. Se sono sconsolatamente vuota senza le tue parole.
Mio Amico, mio migliore amico, scusa.
Se di fronte alle tragedie non riesco a rialzarmi perché le ascolto e le sento franare nello stomaco, quando già striscio a sufficienza, a terra.
Perdonami se continuo a immaginare me stessa come una persona che è ad anni luce, in verità, da me. Che è come non sarò mai.
Se sono invece un rovo di spine rotte, se non guardo gli altri e metto i tuoi occhiali da sole anche quando sono le otto di sera (ti ho risparmiato un'involontaria rima e spero sarai grato, di questo almeno), ritenendo così di diventare invisibile, intaccabile.
Perdonami se lo specchio nel quale mi rifletto mi restituisce ancora; e perdonami perché vorrei che facesse esattamente il contrario - non so in che modo e in quale altro mondo - riflettendo te, e facendo sparire i contorni di quel che resta delle mie spine.

Tu, ad ogni modo, perdonami.





(la colonna sonora del dolore è molto bella)

31/10/16

Noi no. Noi, no...


Ho avuto un momento di smarrimento al pensiero che oggi, proprio oggi, questa giornata.
Proprio questa, riguarda anche me e te.
E lo trovo strano, perché quando ti penso, penso all'uomo che amo. Penso alla parte più profonda e più importante della mia vita.
Penso alle tue braccia, al tuo, nostro respiro. Penso alla tua voce e alle cose che ci diciamo, anche adesso.
E non sono capace di pensare che dovrei porti nella schiera di chi oggi commemoriamo: i morti.
Non sono capace di pensarti "non più vivo", perché è la bestemmia più grande ch'io possa non tanto pronunciare, quanto pensare.
Tu sei.
Sei come un anno fa. Come due anni fa.  Sei nella stessa maniera di quando ti guardavo con gli occhi innamorati, assorbendoti, annusandoti, respirandoti: sempre.
Non c'è nulla nel più profondo del mio essere che non ti parli, che non ti desideri in quanto "te". E questa cosa che tu sei, che sei sempre stato, non è cambiata.
Sei  tu.
Perciò, soffermandomi qualche istante, poco fa, mentre inoltravo post (lavorativi) legati alla festa di Ognissanti, ho avuto un sussulto. Quanta leggerezza mi stava facendo leggere di riti e di ricordi...
Come se la cosa non mi riguardasse, non ci tangesse.
Poi è stato uno spiraglio, improvviso.
E come un'ondata, terribile, sommergente, ho capito: riguarda anche noi due. E' la festa del ricordo, dei defunti, di chi è già passato oltre.
Ho dovuto ammettere con me stessa, e con te, che ci riguarda. Che ne facciamo parte.
Ma non credo di capirlo sino in fondo.
Perché se c'è una cosa che non riesco a fare mia, è proprio questa cosa che non ci sei. Che non torni a casa. Che la mattina è inutile che io metta due tazzine sotto alla macchina dell'espresso. Che è inutile che cambi le tue scarpe, in entrata, con il cambiare delle stagioni. Che non serve raccogliere le foglie autunnali, in giro nei viali di Torino (non ha senso, lo so) per portartele in dono; appoggliandole alla teca, vicino alla tua maglietta gialla, quella che indossavi quando ci siamo visti la prima volta nel 2003.
Non serve a niente.
Eppure non l'ho capito ancora. Perché per me sei un pezzo della mia carne, sei parte di ciò che respiro. La parte migliore dei miei pensieri. E non ho (non abbiamo) bisogno di questa ricorrenza, perché forse non ci riguarda ancora.
Finché sei vivo in me, sei vivo.
E tanto basta.