Ho vissuto giornate calde, ma calde. Del resto lo hanno
scritto tutti, lo hanno detto tutti, lo hanno sentito tutti. Che era molto
caldo. E per non essere mai presenti a se stessi, felici di essere, e privi di
ansie, piu’ provavo caldo piu’ pensavo – quasi a consolarmi, o ad ammonirmi,
non so – al freddo che ho provato in certi inverni. Alla stufa che non riusciva
a scaldare piu’ in la’ di un paio di metri, i muri freddi, in bagno far
pipi’ di corsa, la doccia non parliamone che non e’ bello trovarsi a
considerare la possibilita’ di farla completamente vestiti. E piu’ pensavo ai
ghiaccioli appesi al tetto, al freddo che ti rimane nelle ossa, piu’ non
riuscivo a immaginarmi la sensazione, di quel gelo. Proprio non mi capacitavo,
con quei quasi quaranta gradi di temperatura, ma umida, che mi incollavano alla
scrivania, alla sedia. Che ti alzi e hai la gonnellina che si infila in mezzo a
non ti dico dove, ma puoi fare uno sforzo di immaginazione, lo so.
Ovviamente il prossimo febbraio - quando saremo probabilmente a meno ventigradi - pensero' con insistenza al calore urfido di luglio, giusto per mantenere questo bel modus schizofrenico.
E niente. E’ passata.
C’era tanto caldo, l’aria marina di Genova. Le
persone vestite poco che giravano praticamente con le ciabatte, secchiello e paletta in mano. Le abbronzature esibite: capivi che era proprio estate.
In una citta’
di mare, lo capisci di piu’, che e’ estate.
Ne senti proprio l’odore. Di
salmastro caldo, di ciottoli roventi. Ti pare di vedere gli ombrelloni, anche
se sei in centro storico e non sulla spiaggia. Perche’ nelle citta’ che porgono
sul mare, questo si estende, ha dita lunghe. Arriva a lambire con i suoi odori,
con i suoi rumori. Anche nei punti in cui il mare non lo immagini nemmeno,
neanche sai che c’e’, o in quale direzione sia.
Ecco. E’ stato un istante, come un fotogramma. Con i prati
riarsi, che odoravano quasi di erba calda e bruciata. L’aria irrespirabile, che
aspettavi tanto l’arrivo della sera per un poco di brezza, e poi alla sera era
uguale. Le notti con le finestre aperte,
che e’ anche bello vedere le stelle oltre il bordo del letto.
Poi, niente. E gia’ tutto finito, e ti trovi a settembre che
non sai come. Sei senza riassunto della tua stagione calda. Perche’ ti viene in
mente solo a immagini, ma senza filo conduttore nel centro. Hai avuto il tuo
allevamento di calabroni (le api sono troppo banali), hai fatto molti giri in cerca di cibi genuini, hai assaggiato
piu’ salami di quanto il tuo organismo potesse tollerare, e non stai parlando
per metafore porno, no, parli proprio di insaccati.
E ora? Non lo so, ora penso a diventar grande.
Mi sono detta che e’ quello che mi manca.
Sara’ il mio nuovo proposito: che io mi sa, continuo a
crescere e marcire, mica a maturare.