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26/03/13

Te la do io la lauraa!



Mondo strano, questo.
Continuo a leggere notizie che -  come i cagnetti girano girano spiralando il tronco d'albero -  ruotano intorno all'istruzione:

Laureati che non trovano lavoro (ma chi, oggigiorno, riesce a trovare un lavoro?);
Politici che si dichiarano laureati e non lo sono.

Insomma, la santaistruzione, come viene trattata in questo Paese?
La cultura è ormai, soltanto, stendardo per farsi trattare meglio, per ottenere rispetto. Quel rispetto che dovrebbe essere conquistato nella vita con ben altri mezzi: dalla dignità, all'educazione. Eppure, un bel "Dottò!" sistema tutto, è merce desiderata. E chi mai vuol rinunciare a farsi chiamare "Dottore"?.
Così passiamo dai bellimbusti che si fregiano di lauree mai ottenute (hai detto Giannino? ho forse sentito nominare 'Marta Grande'?), a quelli che dicono di possederne due. 
Due? eggià, perché dopo la laurea 'mini' (quella con lo sconto, quella breve e che non serve né servirà mai a una ceppa, se non gonfiare le casse delle Università) il dottore ha finalmente preso anche quella 'normale', la laurea magistrale, l'unica che abbia senso conseguire. Epperò dichiara di averne due, perché fa più figo, e del resto lo chiamavano già dottore con la prima laurea breve. Cosa dovrebbe pretendere? di essere indicato come "bisdottore"? "Dottorone"? No, meglio dire di averne conseguite un paio. Come le scarpe, come i guanti. Si lavora all'ingrosso, qui.
E questa è la situazione auspicabile, quella in cui il soggetto ha terminato gli studi sul serio, e non sta semplicemente millantando. Ma i laureati veri, scava scava, sono mica così tanti al giorno d'oggi. Sono proprio pochini anzi, ed è cosa di cui non esser fieri, come Paese.
Si ritorna perciò alla questione che, seppur laureati, questi poveri fanciulli (istruiti) italiani, non trovano ma per niente proprio, un lavoro:  ecco che le due questioni esistenziali trovano un punto d'incontro.
Epperforza. 
E' il quadro perfetto di questa Italietta. Dove dev'essere tutto facile, sai? tutto con lo sconto. 
Fai fatica a laurearti? pazienza, studia meno, non importa, tanto anche se sostieni la metà dei crediti (ma che meraviglia questa invenzione! i crediti: l'istruzione come allo sportello bancario. Uguale.) necessari a definirti laureato, poi il titolo di Dottore te lo concediamo lo stesso, così non pesti i piedini per terra. Non ti fai gonfiare grosse le vene del collo, che poi pesi sulla Sanità. Peccarità.
E poi? embè, poi nessuno ti vuole, sul posto di lavoro, è logico. Ti avranno anche accontentato regalandoti un titolo, ma poi son mica scemi da preferirti a un laureato magistrale, un laureato vero, cosa ti credi?
Quindi che accade? Eh. Accade che resti lì fermo, con il tuo sapere decurtato, con la tua strada di conoscenza fatta con lo sconto che non ti è servita a nulla.
Impari a volere le cose facili, ad accontentarti.
Soprattutto, (magari, forse, è una speranza) impari che studiare, migliorare, nella vita non può richiedere scorciatoie perché è come barare con se stessi. E' come pretendere di essere piloti di Formula 1 solo perché si è neo-patentati. 
Fintanto che la cultura sarà ritenuta un utile biglietto per avere sconti nei migliori reparti della vita, non si avrà capito nulla.
La cultura è crescita personale.
La cultura è fatica, lo studio è conoscenza di sé, del mondo.
E la cultura, è un abito che si indossa per migliorare, per diventare come dei 'contenitori di cose buone', indipendentemente dalla materia studiata.
Per quello non ha senso avere sconti e scorciatoie, nello studio: sarebbe come acquistare un barattolo di ottima marmellata, pieno solo a metà.

Laurearsi significa vedersi riconosciuto un percorso di crescita, di identità.
Ed è la cosa migliore che possiate fare per voi, e per gli altri, nella vita.
Non serve "per trovare un lavoro". 
Soprattutto, non serve in un Paese dove, per diventare Consigliere in Regione, è sufficiente essere igienista. Dentale.  E nel prossimo futuro (molto prossimo) sarà auspicabile, invece, scegliere oftalmologia. Vi partirà una capsula ogni volta che indicherete quale è la vostra specializzazione, ma il lavoro, dicono, è garantito. Eppoi, avrete pur sempre una collega igienista dentale pronta a soccorrervi.

25/01/12

Più che sfigata, scusate, son gnocca...

di riflesso

Che vedi, a volte basta una affermazione un po’ stupida.

Ti vengono in mente cose ormai distanti, le rispolveri con la malinconia e il sorriso un po’ piegato. Una tenerezza come se guardassi un figlio e non un te stesso ormai perso nel tempo, distante vent’anni.
Quando studiavo all’Universita’ ero una bambola fragile. Che non sapeva di essere. Ma sapeva di doversi dar da fare, di dover guadagnare le pagine, i libri, le proprie giornate.
Cosi’, per molto tempo – non ricordo se furono anni e quanti – quella robina fragile e piccola solo fuori, si alzava alle quattro del mattino. Con il buio, con il vento fuori di una Genova accesa solo del giallo dei lampioni. E scendeva a piedi, a volte in compagnia del suo papa’, lungo stradine, vicoli. E gli alti muraglioni ancora bui la spingevano piano al lavoro, dove giu’ al porto si apriva una citta’ diversa, gia’ sveglia. Concitata e rumorosa alle cinque del mattino. Perche’ quella ragazza che ero io, andava “in Ciappa” (che detto cosi’ lo so, sembra una brutta cosa ma e’ l’antico nome riservato al Mercato del Pesce, a Genova. E si chiama cosi’ perche’ erano tutti banchi in marmo, sui quali poggiavano il venduto. E quei banchi di marmo bianco li chiamano ‘ciappe’ appunto) e saliva sul suo scranno, alto da terra e salvo dal pavimento luvego e bagnato, e iniziava a segnare le pesate dei pesci. L’astatrice, si diceva.
Lavorava li’, faceva quello la ragazza che ero io.
Poi, quella ragazza, raggomitolata in enormi piumini d’inverno (che erano gli anni ottanta dei moncler e degli scarponcini da paninaro), che il mercato e’ sempre stato aperto, e frusciante di abitini d’estate che raccoglievano la corrente dei portoni aperti, e le bordate di ghiaccio che ricopriva il pescato, prendeva, si cambiava d’abito negli uffici al piano di sopra e alle otto, nove del mattino – quando terminava la vendita – si incamminava verso l’Universita’ a seguire le lezioni.
Di storia dell’arte, che prevedevano (oh, se lo ricordo bene) normalmente anche la visione di diapositive. Al buio. E dopo aver lavorato sin dall’alba.
Ecco. Che mi cadeva la testa penzoloni spesso, sugli appunti. Sui capelli che ancora trattenevano salsedine e odore di pesci.
Vedi? anche parole stupide possono attorcigliare ricordi. Riannodare giornate distanti. E tutto sommato, possono far pensare che, no, non mi sono laureata entro i ventottoanni povera sfigata, ma almeno nella vita mi muovo come una persona intelligente, io.