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25/06/19

Per quelli che sono persone a pezzi.


Faccio recensioni senza né capo né coda, lo so. Quando mi appresto a buttare giù due righe - non richieste da nessuno - ho in testa alcuni punti da trattare. Cane se poi lo faccio.
Ma ci provo.
Sto guardando alcune serie di anime; le guardo come baluardo di sopravvivenza poiché a mio avviso c'è più filosofia, umanità e verità in molti di questi "cartoni animati" che in molta parte della culturicchia imperante. Probabilmente necessito di un certo tipo di profondità, di rettitudine e - diciamolo - di una dose di dolore da strappar via, che è caratteristica sempre ben presente in questi soggetti. Parlo dell'acqua calda se dico che hanno un approccio diverso da quello 'occidentale'. Che poi, mi sento in dovere di specificarlo ma non mi è molto chiaro cosa significhi perché io guardo questo tipo di arte/cultura dalla pre-adolescenza (fase mai più abbandonata), ormai è talmente innestata nelle nostre vite che si potrebbe parlare di una cultura fluida che in diagonale taglia e cuce le distanze fra l’Occidente, in generale e in special modo la nostra Penisola, con l’Isola del Sol Levante.
Se ho imparato lealtà, sconfitta e arte del rialzarsi dal pavimento – non ho nemmeno vergogna ad ammetterlo – lo devo maggiormente ad Harlock e ad eroi simili piuttosto che attraverso l'esempio famigliare.
Ammetto possa esser triste ma giuro che è vero.
E dopo questo inutile, prolisso ed autoreferenziale cappello magari posso anche scrivere di cosa diamine volevo parlare.
La verità è che mi appresto a fare un resoconto di qualcosa che mi ha colpito nelle viscere e ogni cosa che mi prenda così violentemente (può essere una cosa positiva? La intendo tale), e sappia mordere il cuore mi riesce difficile.
Però proprio per questo desidero scriverne: perché se ha avuto questo impatto emotivo su di me, con gusti caparbi e difficili, allora proprio significa che deve avere un certo peso atomico.

Hai mai sentito parlare della serie Dororo
Ero in cerca qualcosa che mi distogliesse la testa dal terribile dolore ed empatia provate per un’altra serie meravigliosa: Banana fish. Da guardare, assolutamente, ma che lascia con i nervi scoperti e il cuore in cristalli esplosi. Avverto.
L’idea quindi era quella di scegliere qualcosa di leggero che facesse sorridere.
Mai scelta fu più ignorante.
Dororo ha in copertina un monello dalla faccia simpatica: che potrà mai essere di pericoloso?
https://images.app.goo.gl/kbM54y6Rz4JbW1vt7


Anche la grafica di qualità ineffabile e il racconto ambientato nel Giappone medioevale dei samurai non ti mettono in sospetto. Niente, dritto filato nell’inferno pensando di assistere a un giro di giostra.
Male.
Perché la simpatia della faccetta di Dororo ti sta sgambettando velocemente verso una storia bellissima, dolorosa, piena di anima e di significato. Ci caschi con questi cavolo di anime, ci caschi sempre. 
Non sono mai banali, non sono mai superficiali. E ti scavano nel profondo come un artiglio che sa esattamente quale sia il tuo punto debole.
Parti con il sorriso stupido di chi crede di guardare i Pokemon e finisci per rimanere con il sorriso piegato verso il basso, l’amaro nel cuore.
Ed è una storia che è stata scritta negli anni Sessanta! Ma con temi universali e atemporali: che ci mettono di fronte alla mostra umanità, alla nostra essenza.
La storia si spiega velocemente: Daigo è il signore di quello che “da noi” potremmo definire uno stato feudale; i suoi territori stanno passando un periodo di carestia, decide perciò un patto con i demoni. In cambio di prosperità, ricchezza e pace concede ai demoni di un tempio la cosa per lui più preziosa.
Questa cosa preziosa è il figlio che in quell'istante sta per nascere.
Il bambino, appena vede la luce, risulta privo di tutti gli arti, della pelle del volto, degli occhi… insomma, un immondo pezzo di carne che le levatrici si sbrigano a far sparire, nonostante la disperazione della madre.
Un classico: viene avvolto e disposto su una barca e alla deriva in un fiume.
Ma questa sfortunata creatura non morirà. Ha voglia di vivere.
Da qui si srotola questa storia di straordinaria umanità, caparbietà forza d’animo e cuore. Perché questo piccolo essere destinato ad esser cibo per i demoni, invece, viene trovato da un chirurgo che costruisce protesi per i feriti e mutilati delle guerre fra samurai (e per i deceduti che ha la carità di ricomporre, in un gesto di enorme rispetto): è il padre putativo perfetto per questo essere disgraziato. Lo chiama Yakkimaru, letteralmente “Piccolo Mostro” e gli insegna a vivere con i mezzi che ha a disposizione.
Infatti se egli non sente, non vede e si deve muovere usando protesi, ha però la capacità struggente di ‘vedere’ gli altri attraverso l’osservazione della loro anima. Ne vede il colore, ne sente la presenza. E ha, per contro, una forza sovrumana.
Impara a combattere i demoni, i fantasmi che devastano i paesi che attraversa; ogni qualvolta riesce a sconfiggere uno di questi demoni riconquista una parte del suo corpo. Ma ne varrà la pena? Riacquistando il suo corpo che ne sarà della sua anima?
Una metafora abbastanza semplice, certo, ma gestita e raccontata con una profondità straordinaria.
E Dororo? Che c’entra?
Dororo è – apparentemente – il contraltare di Yakkimaru. Un ‘monello’ (non chiedetemi perché metto fra virgolette questo aggettivo), che incontra a inizio avventura e resterà al suo fianco. Si sosterranno, si aiuteranno, cresceranno insieme.
Tutto l’anime è basato sul continuo soppesare quanto le apparenze ingannino; quanto chi non vede con gli occhi spesso vede meglio di chi ‘guarda’. Ti mette di fronte alla domanda di quali e cosa siano i limiti per ognuno di noi, di cosa sia la solidarietà, la forza del cuore, i legami e l’amore più profondo; quello a cui non sappiamo dare un nome perché non necessita di definizioni ma che è il motore del mondo.
Una storia intensa, dolorosissima.
Un anime che versa litri di sangue, certo: il contesto storico in cui è inserito dovrebbe suggerirci immediatamente che ne vedremo schizzare in continuazione. Ma è una denuncia. Il racconto va deprecando l’inutilità della violenza, la superficialità con cui gli uomini sacrificano la vita.
Non riesco ad aggiungere molto di più di questa trama perché si rischia di svelare dettagli che invece sorreggono l’intera storia e che è giusto vengano scoperti un pizzico per volta; una sciabolata di katana per volta, una gamba o un braccio che si rigenerano di volta in volta. Persone che sembrano tali e che sono invece fantasmi, anime malvagie.Niente è ciò che sembra. Ma lo capirete solo se sarete abbastanza ciechi da vedere con il vostro cuore… in questo caso saprete già il senso e il finale della storia. Vi sarete innamorati di Dororo e Yakkimaru, questo è certo.






22/08/12

Chi ti credi di essere?

solo capre. Tante.

Che poi sembra quasi ci si senta in obbligo di timbrare un cartellino immaginario, se non si parla delle vacanze. Elogiando quelle gia’ fatte e ansimando quelle ancor da godere. E’ tutto un parlare di viaggi, di partenze, aerei e auto. E vi invidio ammerda, a voi, che ne avete anche la sola voglia di parlarne. Come in uno specchio rovesciato, lo sto facendo pur’io beninteso. E’ che io lo sto guardando questo quadro, ma per cristarci dentro. Ecco.
A dire il vero, no, non provo nemmeno invidia, figurarsi, una che non invidia mai niente come me.
E’ un fastidio, piu’ che altro. Il fastidio di constatare che siamo le solite pecore, che devono devono, proprio devono avere assolutamente quello che qualche stregone dall’alto delle tivvi’ o dei giornali (che poi, mi dirai mica che c’e’ differenza, vero?) qualche stregone del momento, qualche pifferaio magico, ha decretato come desiderabile. O quel viaggio o quel posto ameno, qualche localita’ di gran moda, d’urlo praticamente. Che bisogna, guarda bisogna proprio avere in carnet.
E quindi non si viaggia: si transumanza.
Li vedo sai? sudati e incazzati in coda per prendere il traghetto, qui sotto alla Marittima. Ore e ore sotto al sole implacabile di questo agosto. O in coda – la coda e’ sinonimo di ferie, la coda spesso e’ la feria stessa – in autostrada. In coda all’Outlet. In coda per prendere il gelato. In coda per entrare nell’unico museo aperto – che bisogna proprio visitarlo la vigilia di ferragosto, e’ ovvio – e nel quale osserveranno solo il pavimento lucido, e quello specchio d’entrata dove si scatteranno una foto da lanciare su Facebook. Cristosanto! Sono andato al museo, io!
Per dire, poi, ‘ho fatto’, ‘sono andato’ sostanzialmente ‘ho pagato’, e ‘mi sono permesso anche io quello che si permettono tutti gli altri’. Mi chiedo, vagamente, se qualcuna di queste pecore davvero aveva in animo d’andare dove stava per dirigere le terga. O se ha scelto per sentito dire. Se si e’ spostato per far contento la moglie, il marito, fidanzato/a di turno. Fors’anche l’amante tiranno.
Non lo so.
Ma che ci fanno li’ in coda, al sole. Fuori dalle auto arroventate, ad attendere. Che cacchiotiattendi? Ho la sgradevole sensazione di vedere, sempre di piu’, tanta carne da tritume intorno, non persone. Tante ‘robe’ che camminano, cafonamente, senza ritegno ne’ educazione. Tanti pezzi di carne rivestiti di pezze. Sulle maglie, sui vestiti, tanti firme ripiene di niente. Tanta spazzatura che ha la pretesa di chiamarsi ‘persona’, e Persona non e’.
E la terribile consapevolezza di essere una di questi.

31/01/12

Al tempo de' tremuoti.



Ci vogliono le botte di culo civogliono. Che prima – e siamo solo a venerdi’ (scorso) – cerchi di scendere al lavoro e invece niente treni. Ma nenache a pagarli, guarda. Neanche ad aspettare li’ sul binario al gelo, prima un ritardo, poi un po’ di piu’. Niente. Che dicessero subito che il povero treno lo hanno soppresso come n’cavallo zoppo. No. Cinque minuti. No, scusate cari e dolci fruitori dei sedili sporchi e delle carrozze gelide, i minuti sono venti. Oh, acciderbolina, siete ancora li’ sul binario come cetrioli in salamoia? Ma che disdetta! Perche’ Cari utenti del treninosanto, ora sono settantacinque – avete capito giusto, davvero, non siamo spiritosi siamo solo geniali – minuti di porcoritardo. E niente. Li’ ogni volta che entri e esci dalla sala d’aspetto che alla fine odora di piedi al tepor di calorifero del povero senzatetto che s’e’ ritirato al calduccio (che almeno le stazioni servono a qualcosa di caritatevole e buono, ogni tanto) e odora di giornali spiegazzati nervosamente, e di sciarpe annodate e di incazzatura svaporante dai cappelli. Ecco. Che alla fine i treni ti hanno temprato la pazienza ma anche i polmoni, dopo una mattinata cosi’, sti simpaticoni.
Ma per fortuna arriva il fine settimana, e sei gia’ contenta che sali a Torino dall’Ammmmoretuo e quindi va bene, pazienza anche lo sciopero dei treni. Tu li freghi, che ora prendi l’auto. Anche se pagare il carburante pel viaggio te sei impegnato un rognone. Per dire. Sali che ti guidi che ti sali, e fai dei bei pezzi di provinciale – tanto e’ parallela (na’mazzaferrata) e almeno risparmi di autostrada – e senti alla radio che c’e’ stato il terremoto. Allafaccia! Poi? Ancora qualcosa deve succedere? Gli ufo? Un tornado? La bufera di neve?
La terza che hai detto. Quella. Che gia’ il viaggio Alessandria (vuoi uscire per Acqui la bollente? No grazie, proseguo), poi Asti (vuoi na’ botte da cinquecento litri? Vuoi na duja? Mapeccarita’, sono a dieta rigida, solo tremila calorie al giorno non di piu’) e alla fine… non lo so. Mi son persa. A furia di proseguire per strade di provincia provinciali io non so piu’ dove sto andando. So solo che c’e’ scritto Milano tangenziale Nord.
No vabbe’, dai, scherzo. Ero nella famosissima cittadina dove e’ nata la SimonaVentura. Pero’ era indice indiscutibile nonche’ indubitabile che ero di parecchio fuori strada. Ho visto panorami belli pero’, questo si’. Che e gia’ qualcosa, e alla fine dopo solo quattro ore di viaggio sono arrivata a casa – contro le due che ci metto in autostrada, bella furba io! – e credevo che cagnino, nel suo spazio bagagliaio di griglia salvaconducente munito, fosse deceduto di noia. Che io a chiamarlo, a fischiare, e chiama chiama. Lui niente. S’e’ spaventato del terremoto, vuoi vedere? Mi si e’ aperto il portellone quando mi sono fermata per rispondere al telefono, omioddio, vuoi vedere che l’ho perso a Castello d’Annone, che non so quasi che posto sperduto sia, figurati un po’. Ecco, pensieri del genere che son mica piacevoli, che poi mentre li fai te li pensi e ripensi, e alla fine ti convinci. Ecco. Tanto che son scesa dall’auto, in tangenziale di Torino (che non e’ una cosa sempre consigliabile) per vedere se era vivoomorto. Sbadigliava, il merda.
Ecco. E poi si sono aperte le cateratte della neve, diosantodelcielo innevato. Che menomale che io ch’io il suv (ma mica per farelafiga, e’ che abito n’cima ai monti e in mezzo aiboschi, io. E quindi), e alla fine anche se la fifa regna, uno poi guida sino a casa, prima o poi, no? Che l’Ammoremio mica mi ha lasciata andare via subito, percarita’. La scusa del maltempo era cosi’ carina del resto.
E quindi?
Ecco, volevo dire che c’e’ qualcosa di strano e sbagliato in questa vita come la conduciamo noi. Che alla fine basta fermarti – per forza degli eventi e non della volonta’ ma non significa – un po’, rallentare. Guardarti intorno e riprendere ritmi che la quotidianita’ fa dimenticare.
La verita’ e’ che viamo in maniera innaturale, che non ci puo’ rendere felici. Lo so perche’ oggi ero davanti alla stufa accesa. Fuori cadevano fiocchi di neve. I gatti addormentati a formare due ciambelle. Il naso bagnato del mio cane che saltava nella neve alta. E un sorriso dentro.
Come un cuore caldo che puoi tenere stretto, e non ti viene da chiedere altro. Ne’ cose, ne’ oggetti. Solo quel tepore e quel benessere…
Da non chiedere altro che esserci. Essere li’.

25/11/11

Ancora un alba, e poi un altra...

Quando la mattina cammino nei prati, mi vengono in mente parole cosi’ inusuali, cosi’ piene e dense… e penso che vorrei scriverle, ricordarle.
Poi arrivo qui, davanti la pagina intonsa e non le so piu’. Come non averle mai ascoltate, nemmeno nel rimbombo dei pensieri.
Perche’ la mattina e’ ancora cosi’ buia, cosi’ silenziosa.
E l’erba fa rumori cosi’ strani quando e’ ghiacciata, che ti viene da pensare a scrocchiante a fragile, fuscello per poi sentire un sottile patatrak, e arrivare a un sccccccc.
Vedi a malapena, con quel soffio luminoso che arriva da levante, trafila dal monte la’ sopra. Potrebbe essere chiarore di luna, a ques’ora tutte le cose si somigliano e i colori sono due o tre. Ma i toni del blu e dei grigi ci sono tutti. Anche qui, quante altre parole… l’odore di neve, di ozono. Un pungente che si mischia a un pizzicato e a un fremito soffiato.
Puoi inventare quello che vuoi a quest’ora.
Anche l’ombra dei daini che pochi metri piu’ in alto stanno fuggendo, sa di fumo, plumbeo di camino acceso – vai a capire perche’ – e di foglie che si spezzano sotto i piedi, crepitando. Li vedi che corrono veloci, e ti fanno un po’ rabbia, perche’ con tutte queste parole che frizionano i pensieri, tu non fai parte di questo prato, di questa vallata. Tu ci sei appoggiata sopra, con i piedi, magari. Ma non sei il tessuto di questa terra, come loro. Non sei un pezzo di questa unita’, non ne fai parte. Come essere spettatore di un quadro e non trama fitta di pennellate. Non corpo, fibra e colore ad olio.
E pensi una cosa buffa, che vorresti essere un po’ come il Grenouille di Suskind, stracciarti in piccoli filamenti, sottile filigrana in mezzo a terra, filo d’erba sotto questa nebbia densa.
Poi il cielo schiarisce ancora, e riparti. Intera, nonostante tutto…