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30/08/12

La cuciniera genovese, ohhhh yeah!

di riflesso

Che poi guarda cosa ti va a capitare, proprio alla Strega.
Che lei, l’altro ieri era tutta impegnata a camminare con la testa bassa, tipo mulo chino sul selciato, nel reticolo del centro storico. Con l’intento di trovare una qualsiasi bettola, osteria, negozio di stracci: aperto. Che l’ora di pranzo era giunta la fame urfida anche, ma le ferie ancora tenevano ostaggio – evidentemente – la citta', con tutti quegli occhi chiusi di serrande abbassate.
E niente.
In fondo al vicolo che porta alla Piazza dei Banchi, cammina cammina, la Strega scorge una figura alta. E nera. Ma la nota con la coda dell’occhio. Perche’ lei, appunto, essendo affetta da pronunziata figaggine evita di guardarsi troppo in giro. Che si sa mai. Magari qualcuno potrebbe cadere svenuto dammore al suo passaggio. Quindi.
Scendeva lungo le irregolari pietre del vicolo attenta a dove metteva i tacchi, e quella figura alta e un po’ allampanata (emanava questa impressione, alla Strega), era sempre li', quasi in attesa.
Scendi che ti scendi, cammina che ti inciampa, ecco che ormai lo scuro figuro e’ dipresso alla nostra. Che sarei io.
E dall'oscurita' degli occhiali da vista (ben ricoperti da ditate innumerevoli) la Strega stupisce. Trasecola.
Ma accidenti! Il pennellone di scuro vestito e’ Entoni Burden! "Cavoli, io lo conosco! Ho letto i suoi libri e visto le trasmissioni che gira in giro per il globo terracqueo, mangiando belini di cane e cuori di serpenti!" Ha pensato la Strega. Che sarei sempre io, per cui posso garantirvi che lo ha pensato davvero. Ecco.
Probabilmente Entoni (ormai siamo amiconi, posso chiamarlo per nome) ha capito al volo d'esser riconosciuto. Infatti. Spostando dall’angolo della bocca la strana sigaretta scura, mal arrotolata, un po’ sciancata e dall’erbaceo odore che stava fumando, guarda puntando in basso - quindi dritto negli occhi - la Strega. Le chiede se parla inglese.
"Ma certo che non parlo inglese, figurati EntoniBurden! Sono una tua devotissima fan, probabilmente con i diritti dei miei libri ci hai pure comperato un cappuccino doppio con panna da Starbucks, figurati!"
Infatti. Che cosi', lui parlando uno stranissimo italoammeregano e la Strega in lingua genovese -  che pare risulti comprensibilissima alle suedilui  latitudini -  si dirigono a mangiare qualche cosa di molto ligure e molto molto tipico. Per la sua trasmissione, ovvio. EntoniBurden l'ha scelta come cicerone! che grandissimo honore! Ma che avventura fortunata e inattesa.

Che poi, immagina l’impresa con tutte le serrande abbassate, che meraviglia. Comunque.
E insomma, si inoltrano nei vicoli piu’ bui, dove lui pare gradire ogni cosa ritenga very italian, very Colombo stail, e continua a massacrare il suo cineoperatore perche’ riprenda quel portone, quel lastricato sconnesso, quel piccione morto, quella vecchia e ragnatelata battona che si sporge dalla finestra del primo piano. La Strega inizia a fremere e sperare che nessuno abbia la selvaggia idea di lanciare – per giusto dissenso al baccano che EntoniBurden sta facendo – un vaso da notte ricolmo, giu’ dal balcone, centrandoli.
Arrivano cosi nei pressi di Sa’ pesta, che lei glielo spiega che cosa vuol dire, "E' sale pestato, macinato, sai? Come quello che si mette nel mortaio. Che a Genova ci avevano il monopolio del sale. E poi ci si fa amche il pesto, nel mortaio. E' anche un modo di dire per i genovesi: "pestato come il sale ", sottintende qualcuno che viene picchiato molto forte, che insomma le prende di santaragione. Ecco.".
Entoni si entusiasma, capisce al volo e traduce facendosi riprendere dal cameraman: "Grandioso!! i genovesi nei tempi antichi, quando dovevano preparare il delicious pesto Barilla, prima picchiavano qualcuno con il sale, per propiziare la riuscita della salsa, poi cucinavano. E’ per quello che il pesto piaceva tanto a Frank Sinatra, il notissimo mafioso! Ahrrrrr! Ahhhrr!" (la Strega non e’ sicura, ma Entoni per calembour deve aver detto “Fuck Sinatra”. Pazienza.). Lui ride di gusto e si tiene ferma la pancia con una mano. Con l'altra schiaffeggia il regista. E quindi.

Peccato, perche' anche Sa pesta risulta chiusa per ferie, quindi sticazzi, come avrebbe detto Burden.
Cosi la Strega decide di scendere di nuovo verso il porto. Verso Sottoripa, che lei lo sa gia': e' uno di quei luoghi che a Entoni piacera' sicuramente. Qui, nessuno chiude mai neanche a Natale e nemmeno a Ferragosto:  e' il cuore di Genova. La' dove secoli fa ancoravano le imbarcazioni, dove arrivava il mare a battere forte, spruzzando sotto le pietre dei portici. Le stesse sulle quali ora si passeggia tranquilli, lontani dai flutti. E niente. Li coglie l'ombra di Sottoripa, il caldo appiccicaticcio di questo agosto di fuoco.
Tavolini si susseguono da un bar a un osteria. La stessa scena da secoli, per una citta' di mare che mantiene il suo cuore aperto al viavai di un mondo intero. Che e' araba, saracena, ligure e celtica, francese e spagnola. Tutto insieme. E se ne infischia.
Entoni ascolta la Strega con grande passione, osservando le vetrine e richiamando l'operatore video con piccoli calcetti alle caviglie, quando gli pare non stia riprendendo cose utili. Poi si ferma, in mezzo ai sottoportici, proprio dove si allargano per lasciar vedere lo spiraglio della Expo e di Piazza Caricamento. "Ecco!, e' qui che approdo’ Colombo" spiega Entoni alla telecamera, con i suoi bei capelli brizzolati leggermente mossi dal vento marino. Alla Strega vengono due occhioni larghi e tondi cosi'
Ma lui insiste. "E' arrivato qui, e infatti, se questo testadicazzo gira la telecamera (lo sta, non inquadrato, prendendo a calci nelle rotule) potete vedere ancora adesso la riproduzione di una delle sue navi, che e li’ a disposizione dei visitatori, in Porto Vecchio! Yahhhhh", in tutta la sua statura, compie un gesto plateale, ampio, allargando il braccio e indicando il veliero che e' attraccato in porto, proprio di fronte all'Acquario. Quello. Il veliero servito a Roman Polansky per il film Pirati, quello con Uolter Mattau!.
Gli occhioni della Strega sono quelli di Spongebob.
Prende coraggio, e spiega al suo neoamico Entoni che, proprio li sotto a quei portici gia' nell'antichita' vi si aprivano, come ora, botteghe, forni, osterie, friggitorie. Tutte attivita' che, trovandosi di fronte al porto, anzi dentro alla boccadelporto avevano creata una cucina dedicata a chi aveva poco tempo per mangiare: ai marinai di passaggio, ai contadini che scendevano a vendere le loro merci. Per i tanti banchieri. Nacquero cosi' le tipiche torte ripiene, di carmi ma soprattutto di verdure. E poi i pesci, che venivano fritti e mangiati velocmente per strada, e la farinata e le trippe in umido con il loro brodo da bere. Allora come oggi. A Genova, gia' nel medioevo esisteva il fast food.
Ecco.
Entoni si illumina tutto. In due soli passi delle sue gambe da alce, arriva al famoso Gran Ristoro: buco minuscolo che prepara panini con ogni ben di dio dentro, segnalato da guide turistiche, da gamberi rossi, da ogni sacramento. Si piazza innanzi l’entrata dell’angusto locale intimando al cameraman di riprenderlo, spostando le persone che sono in coda e attendono un panetto. Si fa largo con la sua prestanza fisica, si difende dall'oscutita' dei portici indossando Raiban a specchio. E inizia con enfasi a spiegare che, "Qui in questa citta’ non solo e' approdato Colombo, ma la meraviglia e’ che ha portato dall'America (cosi' chiamata per via del suo nome: Amerigo Colombo), al ritorno dai suoi viaggi di scoperta, i famosissimi sandwich! I primi che hanno conosciuto sul territorio, qui, mai visti prima. Il primo vero fast food italiano, Godsacramento! "
Poi e’ entrato nel buggigattolo, mandando via a spintoni degli avventori e ordinando un fiasco di Chianti.

La Strega, dice il vero, non ha resistito e se ne e andata un po’ alla chetichella, ma non per cattiveria eh. No, e’ che aveva finita la pausa pranzo, poteva mica rimanere ancora li'.
Dispiace tanto non aver salutato Entoni. Ma lo portera' sempre con se', giura. Proprio vicino al sacchetto di carta con dentro il panetto 'salame di cinghiale, salsa tartara e roquefort'. Ovvio.



27/04/12

Via, via...

Prima o poi ci cadi...


Sai quella sensazione tipo ma a me chi cacchio me lo fa fare? quella roba che ti rimane 'piccicata addosso un po' di giorni, che ti leva il sorriso e non sai piu' come riprenderlo. Che lo cerchi, ma mica ci riesci. Che ti senti un po' come il criceto che gira e corre corre nella ruota. Che cazzocorro a fare io, nella ruota?
E quindi, niente. Ma proprio niente. Si vedesse almeno un raggio lucente, fuori dalla gabbia, almeno.


Via, via, vieni via di qui,
niente più ti lega a questi luoghi,
neanche questi fiori azzurri...
via, via, neanche questo tempo grigio
pieno di musiche
e di uomini che ti sono piaciuti...

It's wonderful, it's wonderful, it's wonderful,
good luck my babe,
it's wonderful, it's wonderful, it's wonderful,
I dream of you...
chips, chips, du-du-du-du-du

Via, via, vieni via con me,
entra in questo amore buio,
non perderti per niente al mondo...
via, via, non perderti per niente al mondo
lo spettacolo d'arte varia

di uno innamorato di te...

23/04/12

Ora e' primavera.

primo giugno


Che stamani le ho sentite. Era la prima volta, quest'anno. E le ho sentite forte, con quegli strilli che riempiono l'aria, che fanno rimbalzare i suoni sui tetti, sulle ardesie e sui balconi. Era la prima volta che sentivo le rondini. E a me, lo stridio delle rondini, insieme alla pioggia, e' il suono che amo di piu' al mondo intero.
Se escludo la voce dell'Uomo che amo, ma quello e' un suono diverso, non e' fuori. E' chiuso, tenuto stretto dentro. E' qualcosa che lega la vita, che segna i giorni.
Non e' come le rondini, che mi piacciono in maniera diversa: sono la mia citta', diventano il sottofondo del suo grigio. Sono le passeggiate in Spianata Castelletto di quando ero bambina, e la finestra della Zia Wanda che guardavo sempre se era aperta, cosi' la immaginavo dentro che faceva qualcosa e a volte avevo la fortuna di vederla sporgere la Zia, che magari attaccava alla corda uno straccetto, a stendere. O bagnava il ciclamino che fioriva sempre. 
Si', le rondini per me, la fanno eccome la primavera.


Aria malinconica di freddo

caruggio dalla luce rosa

Prospettiva rosa

Vico Usodimare

25/11/11

Ancora un alba, e poi un altra...

Quando la mattina cammino nei prati, mi vengono in mente parole cosi’ inusuali, cosi’ piene e dense… e penso che vorrei scriverle, ricordarle.
Poi arrivo qui, davanti la pagina intonsa e non le so piu’. Come non averle mai ascoltate, nemmeno nel rimbombo dei pensieri.
Perche’ la mattina e’ ancora cosi’ buia, cosi’ silenziosa.
E l’erba fa rumori cosi’ strani quando e’ ghiacciata, che ti viene da pensare a scrocchiante a fragile, fuscello per poi sentire un sottile patatrak, e arrivare a un sccccccc.
Vedi a malapena, con quel soffio luminoso che arriva da levante, trafila dal monte la’ sopra. Potrebbe essere chiarore di luna, a ques’ora tutte le cose si somigliano e i colori sono due o tre. Ma i toni del blu e dei grigi ci sono tutti. Anche qui, quante altre parole… l’odore di neve, di ozono. Un pungente che si mischia a un pizzicato e a un fremito soffiato.
Puoi inventare quello che vuoi a quest’ora.
Anche l’ombra dei daini che pochi metri piu’ in alto stanno fuggendo, sa di fumo, plumbeo di camino acceso – vai a capire perche’ – e di foglie che si spezzano sotto i piedi, crepitando. Li vedi che corrono veloci, e ti fanno un po’ rabbia, perche’ con tutte queste parole che frizionano i pensieri, tu non fai parte di questo prato, di questa vallata. Tu ci sei appoggiata sopra, con i piedi, magari. Ma non sei il tessuto di questa terra, come loro. Non sei un pezzo di questa unita’, non ne fai parte. Come essere spettatore di un quadro e non trama fitta di pennellate. Non corpo, fibra e colore ad olio.
E pensi una cosa buffa, che vorresti essere un po’ come il Grenouille di Suskind, stracciarti in piccoli filamenti, sottile filigrana in mezzo a terra, filo d’erba sotto questa nebbia densa.
Poi il cielo schiarisce ancora, e riparti. Intera, nonostante tutto…