facoltativamente rossa...

31/01/12

Al tempo de' tremuoti.



Ci vogliono le botte di culo civogliono. Che prima – e siamo solo a venerdi’ (scorso) – cerchi di scendere al lavoro e invece niente treni. Ma nenache a pagarli, guarda. Neanche ad aspettare li’ sul binario al gelo, prima un ritardo, poi un po’ di piu’. Niente. Che dicessero subito che il povero treno lo hanno soppresso come n’cavallo zoppo. No. Cinque minuti. No, scusate cari e dolci fruitori dei sedili sporchi e delle carrozze gelide, i minuti sono venti. Oh, acciderbolina, siete ancora li’ sul binario come cetrioli in salamoia? Ma che disdetta! Perche’ Cari utenti del treninosanto, ora sono settantacinque – avete capito giusto, davvero, non siamo spiritosi siamo solo geniali – minuti di porcoritardo. E niente. Li’ ogni volta che entri e esci dalla sala d’aspetto che alla fine odora di piedi al tepor di calorifero del povero senzatetto che s’e’ ritirato al calduccio (che almeno le stazioni servono a qualcosa di caritatevole e buono, ogni tanto) e odora di giornali spiegazzati nervosamente, e di sciarpe annodate e di incazzatura svaporante dai cappelli. Ecco. Che alla fine i treni ti hanno temprato la pazienza ma anche i polmoni, dopo una mattinata cosi’, sti simpaticoni.
Ma per fortuna arriva il fine settimana, e sei gia’ contenta che sali a Torino dall’Ammmmoretuo e quindi va bene, pazienza anche lo sciopero dei treni. Tu li freghi, che ora prendi l’auto. Anche se pagare il carburante pel viaggio te sei impegnato un rognone. Per dire. Sali che ti guidi che ti sali, e fai dei bei pezzi di provinciale – tanto e’ parallela (na’mazzaferrata) e almeno risparmi di autostrada – e senti alla radio che c’e’ stato il terremoto. Allafaccia! Poi? Ancora qualcosa deve succedere? Gli ufo? Un tornado? La bufera di neve?
La terza che hai detto. Quella. Che gia’ il viaggio Alessandria (vuoi uscire per Acqui la bollente? No grazie, proseguo), poi Asti (vuoi na’ botte da cinquecento litri? Vuoi na duja? Mapeccarita’, sono a dieta rigida, solo tremila calorie al giorno non di piu’) e alla fine… non lo so. Mi son persa. A furia di proseguire per strade di provincia provinciali io non so piu’ dove sto andando. So solo che c’e’ scritto Milano tangenziale Nord.
No vabbe’, dai, scherzo. Ero nella famosissima cittadina dove e’ nata la SimonaVentura. Pero’ era indice indiscutibile nonche’ indubitabile che ero di parecchio fuori strada. Ho visto panorami belli pero’, questo si’. Che e gia’ qualcosa, e alla fine dopo solo quattro ore di viaggio sono arrivata a casa – contro le due che ci metto in autostrada, bella furba io! – e credevo che cagnino, nel suo spazio bagagliaio di griglia salvaconducente munito, fosse deceduto di noia. Che io a chiamarlo, a fischiare, e chiama chiama. Lui niente. S’e’ spaventato del terremoto, vuoi vedere? Mi si e’ aperto il portellone quando mi sono fermata per rispondere al telefono, omioddio, vuoi vedere che l’ho perso a Castello d’Annone, che non so quasi che posto sperduto sia, figurati un po’. Ecco, pensieri del genere che son mica piacevoli, che poi mentre li fai te li pensi e ripensi, e alla fine ti convinci. Ecco. Tanto che son scesa dall’auto, in tangenziale di Torino (che non e’ una cosa sempre consigliabile) per vedere se era vivoomorto. Sbadigliava, il merda.
Ecco. E poi si sono aperte le cateratte della neve, diosantodelcielo innevato. Che menomale che io ch’io il suv (ma mica per farelafiga, e’ che abito n’cima ai monti e in mezzo aiboschi, io. E quindi), e alla fine anche se la fifa regna, uno poi guida sino a casa, prima o poi, no? Che l’Ammoremio mica mi ha lasciata andare via subito, percarita’. La scusa del maltempo era cosi’ carina del resto.
E quindi?
Ecco, volevo dire che c’e’ qualcosa di strano e sbagliato in questa vita come la conduciamo noi. Che alla fine basta fermarti – per forza degli eventi e non della volonta’ ma non significa – un po’, rallentare. Guardarti intorno e riprendere ritmi che la quotidianita’ fa dimenticare.
La verita’ e’ che viamo in maniera innaturale, che non ci puo’ rendere felici. Lo so perche’ oggi ero davanti alla stufa accesa. Fuori cadevano fiocchi di neve. I gatti addormentati a formare due ciambelle. Il naso bagnato del mio cane che saltava nella neve alta. E un sorriso dentro.
Come un cuore caldo che puoi tenere stretto, e non ti viene da chiedere altro. Ne’ cose, ne’ oggetti. Solo quel tepore e quel benessere…
Da non chiedere altro che esserci. Essere li’.

2 commenti:

  1. ...ma non è assurdo tutto questo? che normalmente non si possa vivere?

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    1. Eh. Vivere si vive eh, per carita'. C'e' da chiedersi pero' se e' davvero vita...

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