facoltativamente rossa...

30/03/12

Non chiederci la parola...

L'albero sopra il cielo
Era una giornata di primavera. Proprio come oggi, sai?
Perche’ ricordo che ammiravo con delizia le mie scarpette blu con i due buchini sul davanti, che se per caso giocavi ai giardinetti e mischiavi terra, poi quando le levavi avevano disegnato due triangolini, polverosi e scuri, nelle calze bianche di cotone. Tu li ricordi? quei calzettoni di filo di scozia, ricamati, a disegni geometrici, a fiori, e che imprimevano il segno dell’elastico sotto le ginocchia (al solito sbucciate o con un paio di cerotti). Chissa’ se le bambine li portano ancora?.

Ecco, era proprio una mattina cosi’. E non ricordo piu’ perche’ ero nel cortile della mia scuola, mano nella mano con la mamma. Chissa'.
Ho la sensazione che fosse un giorno di festa, non ero li’ per le lezioni, questo lo rammento bene. Perche’ mi ero soffermata a far scricchiolare il pietrisco sotto le scarpe primaverili. Faceva un bel rumore, e non avevo fretta. Se fossi stata li’ per entrare in classe lo ricorderei: con mamma arrivavo sempre tardi. Lei doveva truccarsi gli occhi, mettere i vestiti e poi cambiare idea e metterne altri. E aveva da fare, sempre.
Per cui se ci fosse stata scuola io non sarei stata li’ a scrocchiare ghiaia, no. Avrei volato a un bel po’ di centimetri da terra, sempre per mano alla mamma, che mi avrebbe fatto librare da uno scalino all’altro, da un piano all'altro e poi fino in classe, trascinandomi con il fiatone.
Perche’ doveva sistemarmi la cartella, e il grembiulino e il fiocco blu. Dovevo essere sempre in ordine, non era una cosa da farsi velocemente: come si faceva a essere in orario con tutti quegli impegni?
E no, quella mattina non avevo il grembiule, di questo ne sono sicura.
Ricordo anche il profumo del pitosforo, che il giardino delle elementari ne era tutto circondato ed era alto, incombente con la sua ombra che dava un po' di freddo. Chissa’ come e' adesso?.
Anche l’azzurro delle plumbago, rammento.
Ora che ci penso, non so se fossero dentro o fuori la scuola materna Giano Grillo. Magari erano per strada e io non so piu’ fare la differenza.
Pero’ quella giornata, io la rammento con quei colori e quei profumi, un motivo ci dovra’ pur essere, non credi?
Ecco. Sai, certi pensieri sono un po’ come tante immagini che metti da parte, non e’ che hai chiaro l’insieme, no. Pero’ tutti questi piccoli cocci colorati, questi specchietti che riflettono una ‘te’ piccola, ormai distantissima. Quasi una bambina che guardi e non riconosci mica.

Quel giorno facevo disegni nel pietrisco, con le scarpe, disegnando ampie arcate.
Pensando forse al profumo tiepido nell’aria.
E una voce grossa.
Alzai lo sguardo e c’era questo signore, che parlava con una maestra.
Stavano uscendo dal portone principale, giu’, lenti sui gradini.
Alzai lo sguardo dal mio cerchio immaginario, per curiosita’. Lo sai come sono fatti i bambini, basta un dettaglio, un piccolo particolare e si distraggono dai loro mondi. Ripiombano per un po’ in questo, piu’ reale, curiosano e raccolgono qualcosa. Allora - la bambina che sono stata - aveva raccolto questo signore qui, il suo soprabito scuro, severo. Una faccia un po’ quadrata e ripiegata di rughe, parlava lento. E fermo. Mentre la maestra, bianca e un po’ curva, che doveva conoscerlo da tempo – si capiva benissimo da come gli sorrideva – parlava piu’ breve e fitto fitto.
Erano curiosi. Cosi’ grigi e cosi’ severi, ma non facevano mica timore.

“Buongiorno!” cinguettai loro. Che ero piccolissima ma educata, con le mie calzette ricamate, il vestitino a fiori con il fiocco legato sulla schiena. La solita coda di cavallo. E quel naso dritto dritto, una sorta di punto esclamativo proteso verso il mondo esterno.
“Buongiorno a lei!” aveva risposto l’uomo in grigio, si si’, dandomi proprio del lei, come alle signorine grandi, e sorrideva poco, quasi di nascosto.
Piu’ che altro, lo avevo capito subito, sorrideva con la voce, mica dall’alto del quadrato del suo viso.
So, lo ricordo bene, che mi si allargarono gli occhi di gioia. E proprio come fanno tutti i bambini, sentii prendere fuoco, qui, sugli zigomi, sotto gli occhi e persino le orecchie. Un solo buongiorno e non pensavo piu’ ai profumi, ai fiori, alla mattonata delle Battistine appena salita a lunghi salti. Quel saluto da adulti era proprio una gioia.

“Cosa fate, di bello, signorina?” chiese ancora il signore in grigio.

“Disegno, qui” e facevo segno con la punta del piede, spostando piccoli sfridi di ghiaia.

“Per terra? Con i piedi?” rideva proprio lui, mentre anche la maestra non diceva niente ma aveva i denti bianchi che spuntavano, li vedevo bene. Io ero ancora rossa, sulla punta delle orecchie.

“Certo! Disegno l’aria”

Li sentii ridere un pochino, ma non quelle risate cattive che prendono in giro, quelle ammiccanti. Che ti dicono, “ohhh, ho capito!” e allora mi misi a sorridere forte anche io, mentre la mia mamma prendeva a tirarmi la mano, come a dire – lo capii subito – non disturbare scema! Perche’ quando lei tirava la mano, cosi’, di colpo, con malagrazia, lo sapevo gia’ cosa voleva dirmi. E allora mi zittii. Guardando ancora i due signori che parlavano fra loro, sempre sorridendo. Infatti l’anziana maestra disse “Lo vede Maestro? qui abbiamo una allieva che e' gia' pittrice, e anche poetessa!” mentre se ne andava, con il signore grigiogrigio, che le porgeva il gomito, ma solo un po’, come chi non e’ avezzo a tanta grazia e a molta gente intorno.

Mia mamma aveva ragione, non potevo star li’ a dire scemenze con gli adulti, neanche se erano stati loro a porre domande. Chi ero io, dopotutto, per rivolgere la parola a Eugenio Montale?
Mia mamma lo sapeva che quel signore aveva fatto, proprio lui, anche lui, le scuole elementari li’. Lo conosceva. Era uno importante a quanto pare, non si poteva mica disturbare cosi', sfacciatamente.
Forse era in visita a Genova, ai vecchi luoghi da lui vissuti e abitati. Chi puo' dirlo?
Pero’ io me lo ricordo ancora, quel signore in soprabito.

Chissa’ se lui si ricordo' mai di me, che disegnavo l’aria?

6 commenti:

  1. Accipicchia che ricordo bellissimo!


    Alice felice

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    1. Tze', e' un ricordo del primo aprile:-D

      (pero' plausibile, io quella scuola l'ho frequentata davvero, e proprio negli anni in cui a Montale diedero il Nobel. Lui, aveva fatto le elementari in quella stessa scuola un bel po' di tempo prima, che 'nsomma, son vecchia ma non cosi' tanto!)

      Guardare per credere:-)
      http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/12/01/quando-eugenio-montale-era-un-alunno-alla.html

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  2. incantevole, questo post :-)

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  3. Gennaro Esse14/5/12 7:58 PM

    Questo tuo post neppure Montale stesso, in un eccesso di Poesia, sarebbe riuscito a rendere più accuratamente poetico.

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