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14/03/12

I pensieri inutili...

una strega nella folla

Poi sai che succede? Che mi leggo e m’arruffo perche’ non ci e’ mica uscito quello che volevo dire, miseriammazzata!
Me ne importa il fico se devo far sacrifici, se passo davanti alle vetrine ed e’ solo un ricordo anche il solo sfizio di acquistarsi n’rossetto, n’paio di collant. Sai? Le cose che ritenevi normali e che ora non annoveri neanche piu’.
Non e’ mica quello che fa, non il gesto, non l’assenza dell’oggetto. No. E’ che io mi sento presa pelculo. Quello m’infuria.
Quando e’ che ci hanno fatto credere che stavamo tanto bene? Che potevamo fare tutto e che era un diritto acquisito, ormai, sprecare, spendere anche nel superfluo (che ormai aveva assunto aura di necessita’ improrogabile) , di addobbarci come alberi delle feste.
Perche’ non ci hanno detto che non era vero? Che la nostra dignita’ sarebbe stata calpestata come cacchedicane sul marciapiede?
Guarda che e’ questa cosa qui che mi rode.
Quando ero piu’ gggiovane, due secoli fa praticamente, per me era normale pensare che stavo studiando molto – rinunciando a compagnia, domeniche, scampagnate e vita – per organizzarmi un futuro. E non parlo solo di un futuro che avesse basi ‘solide’ economicamente. Intendo che, gia’ fanciulla (ma lo sono mai stata?) era chiaro che mi dovevo migliorare come essere umano, mi dovevo portare in giro sulle mie gambe, per il mondo, non tanto perche’ avevo bellissime calze o sfolgoranti capelli, bensi’ perche’ quelle gambe e soprattutto quei riccioli erano sostegno e contenitori d' un fantastico cervello, e anche – po’ piu’ sotto - un grande cuore. E con quello dovevo vivere e toccare gli altri, non con scarpe e calze. Nemmeno con scollature, guarda.
Invece che ti va a succedere in vent’anni?
Che in giro (non tutti, ma tanti) pensano che ormai avere una cultura sia possedere una zavorra fastidiosa. Che la cafonaggine e la bassezza umana sia una bella moneta da spendersi nella vita, e che tutto cio’ che si vede fuori e’ quello che conta.
Sai cosa dicono nella mia citta’? “Suvia lisciu lisciu, sutta merda e pisciu” che tradotto, anche se mi sembra piuttosto chiaro e limpido, significa “Sopra liscio liscio, sotto merda e piscio” e viene detto a persona che apparentemente ha comportamenti degnissimi, ma e’ marcia dentro.
O e’ usato anche solo per la parte piu’ esteriore, di persona che si veste e si imbelletta, ma sotto e’ sporca e disordinata. Ha due valenze, insomma. E mi pare che qui ci azzecchino entrambe due.
Ecco.
Abbiamo avuto un contorno che amava solo il ‘liscio liscio’ mi pare, ma cosa ci fosse poi sotto non era dato a sapere.
E infatti. Infatti per vent'anni sino a qua (e si spera che piano la questione cambi) la parte della nostra societa’ che si occupa di cultura, a qualsiasi livello, dagli insegnanti di ogni ordine e grado, alle biblioteche, la ricerca e cosi’ via, vien trattata a calci nei denti. Che e’ un fastidio. Che quella e’ roba che mica offre da mangiare sai?
No. Certo, infatti ci fanno lavaggi del cervello che il mangiare e’ comperare il vestito nuovo, il mangiare e’ la macchina bella. Che poi hai la vita vuota e la testa uguale mica e’ un problema.
Ecco, questo mi rattrista veramente.
Questo mi sobolle e mi smuove, perche’ a me, non l’aveva detto nessuno che mi sarei costruita come persona per bene, capace di camminare nel mondo a testa alta, e avrei vissuto proprio per questo come un clochard.
Che non mi sarei potuta comperare libri, che avrei fatto fatica anche a prendere un bus per raggiungere una biblioteca. Che non mi sarei potuta permettere non dico un figlio – che infatti non ho avuto e vista l’eta’ non avro’ mai – ma nemmeno un gatto o un cane, perche’ costa mantenerli.
E che non saresi riuscita nemmeno a mantenere me.
E comunque.

Vi lascio queste righe, che vi siano balsamo e ‘apertura di spiragli’ come lo sono state per me. Ovviamente, non sono mie. Sono di Luigi Einaudi. E dovrebbero essere specchio di un mondo ormai distante da noi, ‘un mondo fa’ e invece sembra non solo l’altro ieri, anzi proprio adesso.

“Il giorno in cui si riconobbe che il metodo di rompere la testa agli avversari politici era caduto in discredito – ma era durato a lungo, per secoli e millenni – e si accetto’ la tesi del contare le teste invece di romperle; l’accettazione non si baso’ su un ragionamento. Si sarebbe dovuto supporre, per giustificare la razionalita’ del sistema, che tutte le teste fossero ugualmente atte alla scelta politica; laddove e’ noto che talune teste sono pensanti e le altre meramente ricettive del pensamento altrui; che le une sono fornite dell’attitudine a pensare, riflettere e giudicare, le altre sono del tutto impulsive; che alcune teste sono preparate e le altre sono del tutto digiune di qualsiasi voglia e capacita’ di preparazione alla scelta politica. Ma subito si dovette riflettere che la scelta fra certi tipi di teste e certe altre avrebbe dovuto essere fatta da giudici non solo sapienti ma imparziali e incorruttibili; sicche’, per la difficolta’ di valutare le teste, e per il pericolo di ritorno al vecchio sistema di romperle per affidare la scelta politica alle piu’ dure, si preferi’, come al minor male, ricorrere al sistema di contarle. Che non e’ razionale ed e’ un mito, destinato a durare sinche’ non se ne inventi uno migliore. Da quel che pare durera’ a lungo, anche perche’ ha operato tollerabilmente bene in tutti i paesi ed i tempi nei quali si e’ riusciti, con l’istuizione, l’educazione, l’esperienza e la discussione, a ridurre al minimo il rischio che i non pensanti piglino il sopravvento sui pensanti.”

E non aggiungo altro.

L. Einaudi: “Prediche inutili”, Ed. Einaudi, Gli Struzzi, 56, 1974© [pp. 32, 33]

09/12/11

Non ce la posso fare.


Non ricordo un inverno cosi'. Con questa temperatura clemente, dolce. Che esci e il vento gelido non ti taglia via le mani, che non si infila a ghiacciare capelli e pensieri.
Ma si e' arrotolato tiepido, intorno agli alberi che non perdono le foglie, e ai prati che continuano a brillare di verde intenso.
E meno male che c'e' tutto questo. Meno male che il freddo di dicembre sembra essersi dimenticato di noi. Sembra abbia uno sguardo di pieta', voglia abbracciare in una morsa meno inclemente.
E intanto continuo a trascinarmi in questa vita che non riconosco piu'.
Che non ci eravamo mica abituati a vivere con la crisi. Visto? non si parla di altro. E invece e' un argomento proprio messo li' a sproposito, e' risaputo. Non per niente i ristoranti - mi dicono - continuano a essere pieni.
Si vede che tutte le proteste di Equitalia arrivano solo a me.
Si vede che sono io, originale, che mi trovo a svuotare le tasche in cerca di spiccioli perche' - non solo non arrivo alla quarta settimana - non arrivo neanche alla seconda, del mese, senza fare funambolismi. Senza ingoiare dignita' a palate. Senza prendere ferie per chiudermi in casa, che non si riesce a fare nemmeno carburante per andare a lavorare.
E meno male che c'e' tutto questo, che ci fa sentire eroici, noi che non andiamo nei ristoranti - che evidentemente siamo snob - e che abbiamo iniziato a pensare che, almeno, l'inverno e' caldo.
E non sprechiamo troppa legna da ardere.
E a rivalutare le cose che prima non si guardavano nemmeno.
Come riuscire a comperare un panino per pranzo, e che son rimasti due euroemmezzo persino per il panino di domani, trovandosi a sorridere al pensiero. Come a una cosa grata, come a una cosa preziosa.
Pensa come siamo fortunati, noi che ingoiamo dignita' nell'epoca della crisi...