Leggo storie che
cerco di capire. Come l’entomologo guarda le farfalle pinzate sulla tavoletta. Leggo
di donne che vorrebbero essere madri e non riescono, e soffrono, e sperano, e
fanno cose. Non ho avuto mai questo istinto. Anzi, me ne sono tenuta lontana,
come da qualcosa che non fa parte del proprio modo di sentire. Come un vestito
stretto. La sensazione perdurante di quando si e’ adolescenti e si teme di
procreare senza averne ancora la maturita’.
Una sensazione di
inadeguatezza. Di essere il topolino che guarda la montagna.
E poi con sgomento
penso che non lascero’ niente. Che vite come questa, come la mia, non lasceranno
traccia.
Forse e’ un bene.
Ma fa un po’ paura.
Come se ci fossimo permessi una forzatura al vero senso del ‘perche’ siamo qui’.
Come se ci fossimo approfittati di uno spazio vitale, senza mettere radici.
Forse per questo
studio.
Perche’ almeno butto
dentro dei pensieri. Metto dentro delle cose e cerco di camminare poi, come un
contenitore di cose piu’ buone possibili. Di concetti orizzontali, al meglio
che so. Di vedute lucide e trasparenti, piu’ che posso.
E non mi aspetto
niente, niente che non sia io a poter fare. Il mondo finisce dove finiscono le
mie braccia. Dove posso arrivare a comprendere un'altra anima e stringerla, senza che pero’, per forza di
cose, diventi me.
Forse e’ tutto
quello che so fare.
Penso sia per
questo. Si, penso proprio sia per questo che non ammetto miei errori, mie
debolezze. Non ammetto cedimenti o paure. Che so di averne, e di tutte queste
cose ben assortite, per giunta.
E’ che se traballo
posso sfiorare gli altri, disturbare. Rompere equilibri precari.
E allora cerco di
allontanarmi, di fare silenzio. Di guardare.
Cosi’, che quando mi
arriva un regalo inatteso, che colpisce al cuore, ecco. Io non so far altro che
ammutolire, e piangere.
Rompendo tanti fili tirati
di ragionamenti inutili.