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29/06/12

Di giorni cosi'.

fotografando la luna

Leggo storie che cerco di capire. Come l’entomologo guarda le farfalle pinzate sulla tavoletta. Leggo di donne che vorrebbero essere madri e non riescono, e soffrono, e sperano, e fanno cose. Non ho avuto mai questo istinto. Anzi, me ne sono tenuta lontana, come da qualcosa che non fa parte del proprio modo di sentire. Come un vestito stretto. La sensazione perdurante di quando si e’ adolescenti e si teme di procreare senza averne ancora la maturita’.
Una sensazione di inadeguatezza. Di essere il topolino che guarda la montagna.
E poi con sgomento penso che non lascero’ niente. Che vite come questa, come la mia, non lasceranno traccia.
Forse e’ un bene.
Ma fa un po’ paura. Come se ci fossimo permessi una forzatura al vero senso del ‘perche’ siamo qui’. Come se ci fossimo approfittati di uno spazio vitale, senza mettere radici.
Forse per questo studio.
Perche’ almeno butto dentro dei pensieri. Metto dentro delle cose e cerco di camminare poi, come un contenitore di cose piu’ buone possibili. Di concetti orizzontali, al meglio che so. Di vedute lucide e trasparenti, piu’ che posso.
E non mi aspetto niente, niente che non sia io a poter fare. Il mondo finisce dove finiscono le mie braccia. Dove posso arrivare a comprendere un'altra anima  e stringerla, senza che pero’, per forza di cose, diventi me.
Forse e’ tutto quello che so fare.
Penso sia per questo. Si, penso proprio sia per questo che non ammetto miei errori, mie debolezze. Non ammetto cedimenti o paure. Che so di averne, e di tutte queste cose ben assortite, per giunta.
E’ che se traballo posso sfiorare gli altri, disturbare. Rompere equilibri precari.
E allora cerco di allontanarmi, di fare silenzio. Di guardare.
Cosi’, che quando mi arriva un regalo inatteso, che colpisce al cuore, ecco. Io non so far altro che ammutolire, e piangere.
Rompendo tanti fili tirati di ragionamenti inutili.