facoltativamente rossa...

05/05/16

Uno, o giù di lì...

Tengo ancorata l'idea di sopravviverti, legata a piccoli doveri.
Gatti. Ad esempio. Le piccole necessità quotidiane che prima erano nostre. Erano 'noi'.
Non mi importa se e quando ho fame (troppo spesso, per contrasto al vuoto), se e come mi vesto. Gioco. Hai presente quelle bambole che vesti, spogli e addobbi con gli anelli e le collane?
Ecco, faccio così con me stessa. Fingo che abbia un'importanza capitale.
Mi addobbo, che sono il mio burattino di carne. Quello con cui porto in giro nel mondo l'animo a fette.
Sai cosa sono, io? Un po' di carne morta. Macilenta e inutile.
Carne inutile.
Vuota.
Perché sono senza le tue mani. Perché la notte non ti incastri attaccato a me. Perché il tuo respiro non mi scalda i capelli.
E vivo per niente.
Gatti. Che mi salgono sulla pancia, mentre dormo e mi sveglio di soprassalto. Ma sono solo gatti, non tu, a sfiorare la mia carne.
Sai cosa è il dolore?
Oh, certo che lo sai. Proviamo la stessa straziata disperazione, certo che lo sai.
Dannazione se lo sai.
Ti rendi conto? Dovevo essere proprio io la tua nemesi? Che grossa fortuna eh?
Tu che non hai mai voluto sposare nessuna, e ne facevi un punto d'orgoglio con noi amici.
E me, che invece hai desiderato sposare da subito.
Lo ricordi ancora quel momento? Certo che lo ricordi... che stupida sono. Brutto balordo d'un teatrante che non sei altro. Con quel cumulo di masserizie – al solito – sulla tua tavola, che hai spostato con gesto elegante del braccio, a voler far spazio. Non so a cosa ti servisse spazio sul tavolo, per inginocchiarti davanti a me e chiedermi in sposa, a vita.
Credo significasse 'voler fare spazio e pulizia' nella tua vita.
Ma so che mi risponderesti di non fare della psicologia spicciola, sicché non lo dirò. Anche se temo di averlo già bell'e scritto.
Noi che abbiamo fatto il viaggio di nozze prima del matrimonio, perché essere come tutti gli altri, per carità.
Noi che abbiamo fatto ogni cosa in simbiosi, sempre.
Ieri guardavo la bouganville intrecciata nelle pietre dei grandi archi, in stazione. E in mezzo ai fiori spuntavano le foglie e i rami dei capperi, quelli che nascono fra le pietre, al sole della nostra città di mare. Quelli che mi ossessionavi, e ti fermavi a raccogliere, su nella strada sopra l'orto botanico. Quanti pacchetti di sigarette vuoti hai usato, per nascondere piantine appena raccolte?
Mi manca tutto.
Anche questi nostri gesti idioti, e un po' irresponsabili.
Mi manca quando guardo il panorama dai tetti grigi. Mi manca la nostra vita, ad ogni singolo respiro.
Manchi come una ferita che passa da parte a parte, e che non lascia vivere.
Manchi.
Manchi.
E non passano i giorni qui dentro, sai? Passano secondi, forse, ore. E resta tutto immobile al secondo che ho raccolto il tuo respiro.
Che cosa ci sto a fare io qui, senza di te, me lo dici? Che cattiveria inutile è questa?

Dimmelo tu, perché io proprio non lo posso e non lo voglio capire.