facoltativamente rossa...

22/02/13

Ogni giorno ha la sua pena, tanto per arrivare a sera.



Mi avevano raccontato la fame, durante la guerra. E l’allontanamento dalla città, nelle campagne, dove in un modo o nell’altro qualcosa si metteva sotto i denti, e i tonfi sordi delle bombe non avevano la stessa frequenza che sui tetti delle case di città. Mia mamma, del periodo ‘da sfolati’ ricorda bene le grandi e sterminate aie di Castelspina, in Basso Piemonte. Rammenta incarichi che la facevano felice, come girare per ore la zangola per fare di quel liquido caldo e bianco, burro. Mi parla delle stalle dove di sera, sfruttando il caldo respiro delle mucche, si radunava tutto il paese per guardare l’unico televisore. Si ricorda delle superstizioni, che se entrava il gallo in casa era sfortuna assicurata, e allora gli si tirava il collo. La fantasia della fame sa trovare inusitate scorciatoie. 
Mi ha parlato dei bombardamenti sotto al galleria delle Grazie, da cui la mia mamma, i suoi giovanissimi genitori e suo fratello si salvarono solo per un suo capriccio: piangeva e urlava troppo, la mia mamma, per non accontentarla e non uscire da lì. Sono sopravvissuti a una strage per un suo capriccio di bambina. Perché in quell’occasione, quella galleria che – come molte altre, in città – serviva da rifugio, diventò la tomba di centinaia di persone.
La mia mamma aveva un suo rito: quando iniziavano a suonare gli allarmi aerei, seria e disciplinata intimava a mia nonna: “Pappe, pappotto, pappello e pappiamo!!”. Non fa una piega: esortava a fare in fretta, mettere scarpe, cappotto, cappello e scappare! Perché ci vuole dignità e eleganza, sempre. Anche quando hai due anni, e sei in mezzo a una cosa più grande, tanto più grande di te. E di tutti quanti.
Ma la mia mamma aveva – so che può sembrare strano, contradittorio, dirlo – un vantaggio rispetto a noi: era in guerra. Sì, c’era la guerra e si sapeva. Il “nemico” era noto.
Oggi? Crediamo di vivere in tempo di pace, e invece c’è un lupo cattivo, un animale feroce, un drago della foresta (non so come volete chiamarlo, a me spiace anche un po’ perché amo gli animali veri o di fantasia, e mi pare ingiusto, ma comunque), che ci depreda. Ci mangia da dentro, lentamente. Ci mangia gli occhi prima e poi, lentamente, il cuore. Siamo nel pieno di un conflitto che ci sta sciogliendo, sfilacciando.
E chi mai avrebbe messo in dubbio che lo studio è un diritto, che lavorare è un diritto, che accedere alle cure è un altro diritto?                                                                                                                                          
Sono fortunata, io lavoro.
Ho svuotato le borse, così tante volte nell’ultimo anno. Le rovesciavo per vedere se c’erano ancora spiccioli. Niente in banca, il bancomat bloccato. E allora cerchi i venti centesimi, i cinquanta. Raduni. Non ci esce il caffè. Sono finiti i buoni pasto, che li hanno ridotti, e magari mangiavo troppo, non si sa mai. E allora che faccio? Compro un panino, sì, un panino. Vuoto. Ho radunato 45 centesimi in giro per giacche e borse. Non li smarrirò più, d’ora in poi gli spiccioli. Perché sono molto, gli spiccioli, per mangiare anche un giorno in più, alla fine del mese.
Sono fortunata, io lavoro.
Ho girato in lungo e in largo le corsie del supermercato. Del discount, per esser precisa. Ho scelto un pacchetto di pasta, un altro, un sacchetto di farina. Poi vediamo… liquido per lavare i pavimenti, no, due, faccio scorta. Poi guardo il portafogli: il bancomat è già a “fine mese”, e niente. Cinque euro. E allora, posa il pacchetto di pasta in più, posa il detersivo. Non è fare spesa, questo. E’ far fare ginnastica al carrello (riempiti, svuotati, svuotati, svuotati). E’ fare penitenza.
E io sono fortunata, che lavoro.
Quindici euro in tasca. Quindici. Euro. E mancano due settimane alla fine del mese. E pensi che almeno, fai dieci euro di benzina. Ma arrivando alla pompa di benzina qualcosa non funziona.
Si blocca l’erogatore, e al posto della benzina ti esce uno scontrino. Come fai? Che te ne fai di uno scontrino? non c’è nessuno in giro, e hai solo altri 5 euro.
Metti nel self service anche quelli, e fai benzina con 5 euro. Ecco cosa fai. E non fai spesa. Pazienza. In casa, qualcosa da ‘scavare’ in dispensa ci sarà pure. Non puoi mica prendere ferie perché non hai più benzina nel serbatoio, e non ti puoi muovere verso la sede di servizio. Non regge come scusa, dicono.
In casa non dici niente, perché ti vergogni. Perché non ne puoi più.

Perché, dopotutto, tu non sei in guerra, tu sei fortunata, tu lavori.

Qui la storia di Anna e Agrippina, guardatela, ve ne prego.

2 commenti:

  1. mi sembra di vedere me ;-)
    ah, la caccia agli spiccioli dietro i cuscini del sofà...

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    1. Lo so. Ricordo. E, ci capiamo...
      I punti più dolorosi per la dignità.

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