Le scartoffie della memoria...

30/03/12

Non chiederci la parola...

L'albero sopra il cielo
Era una giornata di primavera. Proprio come oggi, sai?
Perche’ ricordo che ammiravo con delizia le mie scarpette blu con i due buchini sul davanti, che se per caso giocavi ai giardinetti e mischiavi terra, poi quando le levavi avevano disegnato due triangolini, polverosi e scuri, nelle calze bianche di cotone. Tu li ricordi? quei calzettoni di filo di scozia, ricamati, a disegni geometrici, a fiori, e che imprimevano il segno dell’elastico sotto le ginocchia (al solito sbucciate o con un paio di cerotti). Chissa’ se le bambine li portano ancora?.

Ecco, era proprio una mattina cosi’. E non ricordo piu’ perche’ ero nel cortile della mia scuola, mano nella mano con la mamma. Chissa'.
Ho la sensazione che fosse un giorno di festa, non ero li’ per le lezioni, questo lo rammento bene. Perche’ mi ero soffermata a far scricchiolare il pietrisco sotto le scarpe primaverili. Faceva un bel rumore, e non avevo fretta. Se fossi stata li’ per entrare in classe lo ricorderei: con mamma arrivavo sempre tardi. Lei doveva truccarsi gli occhi, mettere i vestiti e poi cambiare idea e metterne altri. E aveva da fare, sempre.
Per cui se ci fosse stata scuola io non sarei stata li’ a scrocchiare ghiaia, no. Avrei volato a un bel po’ di centimetri da terra, sempre per mano alla mamma, che mi avrebbe fatto librare da uno scalino all’altro, da un piano all'altro e poi fino in classe, trascinandomi con il fiatone.
Perche’ doveva sistemarmi la cartella, e il grembiulino e il fiocco blu. Dovevo essere sempre in ordine, non era una cosa da farsi velocemente: come si faceva a essere in orario con tutti quegli impegni?
E no, quella mattina non avevo il grembiule, di questo ne sono sicura.
Ricordo anche il profumo del pitosforo, che il giardino delle elementari ne era tutto circondato ed era alto, incombente con la sua ombra che dava un po' di freddo. Chissa’ come e' adesso?.
Anche l’azzurro delle plumbago, rammento.
Ora che ci penso, non so se fossero dentro o fuori la scuola materna Giano Grillo. Magari erano per strada e io non so piu’ fare la differenza.
Pero’ quella giornata, io la rammento con quei colori e quei profumi, un motivo ci dovra’ pur essere, non credi?
Ecco. Sai, certi pensieri sono un po’ come tante immagini che metti da parte, non e’ che hai chiaro l’insieme, no. Pero’ tutti questi piccoli cocci colorati, questi specchietti che riflettono una ‘te’ piccola, ormai distantissima. Quasi una bambina che guardi e non riconosci mica.

Quel giorno facevo disegni nel pietrisco, con le scarpe, disegnando ampie arcate.
Pensando forse al profumo tiepido nell’aria.
E una voce grossa.
Alzai lo sguardo e c’era questo signore, che parlava con una maestra.
Stavano uscendo dal portone principale, giu’, lenti sui gradini.
Alzai lo sguardo dal mio cerchio immaginario, per curiosita’. Lo sai come sono fatti i bambini, basta un dettaglio, un piccolo particolare e si distraggono dai loro mondi. Ripiombano per un po’ in questo, piu’ reale, curiosano e raccolgono qualcosa. Allora - la bambina che sono stata - aveva raccolto questo signore qui, il suo soprabito scuro, severo. Una faccia un po’ quadrata e ripiegata di rughe, parlava lento. E fermo. Mentre la maestra, bianca e un po’ curva, che doveva conoscerlo da tempo – si capiva benissimo da come gli sorrideva – parlava piu’ breve e fitto fitto.
Erano curiosi. Cosi’ grigi e cosi’ severi, ma non facevano mica timore.

“Buongiorno!” cinguettai loro. Che ero piccolissima ma educata, con le mie calzette ricamate, il vestitino a fiori con il fiocco legato sulla schiena. La solita coda di cavallo. E quel naso dritto dritto, una sorta di punto esclamativo proteso verso il mondo esterno.
“Buongiorno a lei!” aveva risposto l’uomo in grigio, si si’, dandomi proprio del lei, come alle signorine grandi, e sorrideva poco, quasi di nascosto.
Piu’ che altro, lo avevo capito subito, sorrideva con la voce, mica dall’alto del quadrato del suo viso.
So, lo ricordo bene, che mi si allargarono gli occhi di gioia. E proprio come fanno tutti i bambini, sentii prendere fuoco, qui, sugli zigomi, sotto gli occhi e persino le orecchie. Un solo buongiorno e non pensavo piu’ ai profumi, ai fiori, alla mattonata delle Battistine appena salita a lunghi salti. Quel saluto da adulti era proprio una gioia.

“Cosa fate, di bello, signorina?” chiese ancora il signore in grigio.

“Disegno, qui” e facevo segno con la punta del piede, spostando piccoli sfridi di ghiaia.

“Per terra? Con i piedi?” rideva proprio lui, mentre anche la maestra non diceva niente ma aveva i denti bianchi che spuntavano, li vedevo bene. Io ero ancora rossa, sulla punta delle orecchie.

“Certo! Disegno l’aria”

Li sentii ridere un pochino, ma non quelle risate cattive che prendono in giro, quelle ammiccanti. Che ti dicono, “ohhh, ho capito!” e allora mi misi a sorridere forte anche io, mentre la mia mamma prendeva a tirarmi la mano, come a dire – lo capii subito – non disturbare scema! Perche’ quando lei tirava la mano, cosi’, di colpo, con malagrazia, lo sapevo gia’ cosa voleva dirmi. E allora mi zittii. Guardando ancora i due signori che parlavano fra loro, sempre sorridendo. Infatti l’anziana maestra disse “Lo vede Maestro? qui abbiamo una allieva che e' gia' pittrice, e anche poetessa!” mentre se ne andava, con il signore grigiogrigio, che le porgeva il gomito, ma solo un po’, come chi non e’ avezzo a tanta grazia e a molta gente intorno.

Mia mamma aveva ragione, non potevo star li’ a dire scemenze con gli adulti, neanche se erano stati loro a porre domande. Chi ero io, dopotutto, per rivolgere la parola a Eugenio Montale?
Mia mamma lo sapeva che quel signore aveva fatto, proprio lui, anche lui, le scuole elementari li’. Lo conosceva. Era uno importante a quanto pare, non si poteva mica disturbare cosi', sfacciatamente.
Forse era in visita a Genova, ai vecchi luoghi da lui vissuti e abitati. Chi puo' dirlo?
Pero’ io me lo ricordo ancora, quel signore in soprabito.

Chissa’ se lui si ricordo' mai di me, che disegnavo l’aria?

29/03/12

Vissi solo al cinque per cento...

Non so che periodo sia questo. Ammesso sia necessario dover incasellare, dare una definizione, un colore. Pero’ non ho ben chiaro, questo e’ certo.
Pendolo e ciondolo un po’ verso la serenita’ e subito dopo verso l’abisso. Cammino sopra l’una e l’altro con pari disinvoltura e con identica fretta.
Mi struggo leggendo, e leggendo cose diversissime. E’ che mi interessa tutto ultimamente, come se questa testa avesse un gran vuoto da riempire, e questo temo di averlo sempre saputo, ma e’ come aver sete e fame. Senza mai pause e tregue.
Poi pero’ ho un momento di silenzio dentro e mi trovo a pensare che vorrei uscire, sentire il rumore che fa la primavera nei vicoli di Genova, con le vetrine nuove, i passi e le chiacchiere e l’odore della trippa che si mischia a quello della panna montata. E il grigio, le ombre di traverso.
Vorrei poter entrare in quel negozio pieno di colori come una tavolozza, a scegliere quello smalto e sentirmi curata, sentirmi accudita. Vorrei percorrere Via Venti Settembre, con i suoi vuoti e pieni di luce fra una colonna e l’altra, per immergermi a caccia di vestitini leggeri, di qualcosa che segni la vita stretta e il culo a mandolino. Vorrei amarmi e coccolarmi.
Tutte cose che non appartengono piu’ al mio oggi. Tutte cose che non posso.
E’ quello sai?
Che vorrei sempre, desidero e poi desidero ancora. Che non sempre basta buttarsi nella voce di Luigi Einaudi, nella parola calda e ferma di De Amicis, nella sfrangiata anima di Campana.
Mi ci posso anche infarcire, fingendo che basti.
E’ che non basta e poi pesa. E non so che farci.
La verita’ e’ che sono viva, e sono anche umana. Ma non so mica spiegarlo...

21/03/12

Gli alti lài...


So mica perche’ mi prendo certe rogne, io. Devo avere una sorta di mirino, qui piantato nella fronte, per scegliere tutte le faccende che – le avverto con grandi intuito e lungimiranza – mi sfracelleranno la minchiazza a lungo e tanto.
Una persona e’ nevrotica, instabile, irascibile e manesca? Me la scelgo subito come mamma, guarda. La vedo proprio dall’alto e urlo al cielo “Mia! Miaaa!” che si sa mai ci finisca nella pancia qualcun altro. No, io.
Ho un momento di vita tranquillo, sereno e senza increspature, da suscitare invidia anche a sanFrancesco? Ma salvo il primo cazzodicane senza coda che mi capita! Ecco cosa.
Che non ho mica capito se son io che sbaglio. Che a me non riesce mica di trattare ‘gli animali' di casa come ‘bestie’, come cose a se’ stanti’: per me sono un paio d’occhi che mi guardano, un carattere ben preciso, un baffo arcuato o una barbetta sotto ad un grosso naso. Sono loro. Tutto li’. Ed e’ quello che mi frega.
Penso sempre di aver confidenza, una certa affinita’ e una indubbia intimita’ con costoro che mi girano per casa, e no. Non e’ mica cosi’ sai?
Mi alzo prestissimo e alle seiemezza di mattina son gia’ li’ che giro per prati con il Ciciu, massi’ dai, quello brutto e senza coda. Quello che si esprime con grossi bau, insomma. E niente.
Lo tratto bene, che mica tutti hanno i prati sotto casa e la mattina si possono permettere di vedere i daini, il volo delle poiane e calpestare le violette. Maledetto ciccione. E invece, dopo giri e giri, si ritorna a casa che io andrei di nuovo a dormire, mi scappa la pipi’ e mi devo ancora preparare che il treno ha questo brutto vizio qui, che non lo so, ma non mi aspetta mica. E allora di corsa, rientra con lui che tira il guinzaglio per conquistare il filo d’erbetta, o il volo della farfallina. Voglio dire, perdere il treno per un cacchio di filo d’erba non sarebbe mica onorevole, conveniamone. E che ti succede?
Che quando rientriamo in casa, che devo fare ancora tutto di corsa, dalla pipi’ alla vestizione da persona seria che lavora. Eccolo.
Mentre mi agghindo come la madonna del petrolio e sono in bagno, lui che fa?
Un paio di attentati ai gatti, pretendendo di schiacciarli sotto quelle zampacce neanche fosse 'n bel gioco. Evabbe’. Un paio di attentati alle ciotole dei gatti. Evabbe’ bis. E la cacca in entrata.
No, voglio dire, e’ stato n’ora sui prati, porcacciailsuointestino! Niente. Sul pavimento. Li’, bella piazzata al centro con tanto di filo d’erba che fa capolino.
Gli va bene che lo amo, senno’ visto che non ci capiamo mica, avrei gia’ divorziato, guarda!
Ma pensa tu che vita – e’ il caso – di mmerda.

14/03/12

I pensieri inutili...

una strega nella folla

Poi sai che succede? Che mi leggo e m’arruffo perche’ non ci e’ mica uscito quello che volevo dire, miseriammazzata!
Me ne importa il fico se devo far sacrifici, se passo davanti alle vetrine ed e’ solo un ricordo anche il solo sfizio di acquistarsi n’rossetto, n’paio di collant. Sai? Le cose che ritenevi normali e che ora non annoveri neanche piu’.
Non e’ mica quello che fa, non il gesto, non l’assenza dell’oggetto. No. E’ che io mi sento presa pelculo. Quello m’infuria.
Quando e’ che ci hanno fatto credere che stavamo tanto bene? Che potevamo fare tutto e che era un diritto acquisito, ormai, sprecare, spendere anche nel superfluo (che ormai aveva assunto aura di necessita’ improrogabile) , di addobbarci come alberi delle feste.
Perche’ non ci hanno detto che non era vero? Che la nostra dignita’ sarebbe stata calpestata come cacchedicane sul marciapiede?
Guarda che e’ questa cosa qui che mi rode.
Quando ero piu’ gggiovane, due secoli fa praticamente, per me era normale pensare che stavo studiando molto – rinunciando a compagnia, domeniche, scampagnate e vita – per organizzarmi un futuro. E non parlo solo di un futuro che avesse basi ‘solide’ economicamente. Intendo che, gia’ fanciulla (ma lo sono mai stata?) era chiaro che mi dovevo migliorare come essere umano, mi dovevo portare in giro sulle mie gambe, per il mondo, non tanto perche’ avevo bellissime calze o sfolgoranti capelli, bensi’ perche’ quelle gambe e soprattutto quei riccioli erano sostegno e contenitori d' un fantastico cervello, e anche – po’ piu’ sotto - un grande cuore. E con quello dovevo vivere e toccare gli altri, non con scarpe e calze. Nemmeno con scollature, guarda.
Invece che ti va a succedere in vent’anni?
Che in giro (non tutti, ma tanti) pensano che ormai avere una cultura sia possedere una zavorra fastidiosa. Che la cafonaggine e la bassezza umana sia una bella moneta da spendersi nella vita, e che tutto cio’ che si vede fuori e’ quello che conta.
Sai cosa dicono nella mia citta’? “Suvia lisciu lisciu, sutta merda e pisciu” che tradotto, anche se mi sembra piuttosto chiaro e limpido, significa “Sopra liscio liscio, sotto merda e piscio” e viene detto a persona che apparentemente ha comportamenti degnissimi, ma e’ marcia dentro.
O e’ usato anche solo per la parte piu’ esteriore, di persona che si veste e si imbelletta, ma sotto e’ sporca e disordinata. Ha due valenze, insomma. E mi pare che qui ci azzecchino entrambe due.
Ecco.
Abbiamo avuto un contorno che amava solo il ‘liscio liscio’ mi pare, ma cosa ci fosse poi sotto non era dato a sapere.
E infatti. Infatti per vent'anni sino a qua (e si spera che piano la questione cambi) la parte della nostra societa’ che si occupa di cultura, a qualsiasi livello, dagli insegnanti di ogni ordine e grado, alle biblioteche, la ricerca e cosi’ via, vien trattata a calci nei denti. Che e’ un fastidio. Che quella e’ roba che mica offre da mangiare sai?
No. Certo, infatti ci fanno lavaggi del cervello che il mangiare e’ comperare il vestito nuovo, il mangiare e’ la macchina bella. Che poi hai la vita vuota e la testa uguale mica e’ un problema.
Ecco, questo mi rattrista veramente.
Questo mi sobolle e mi smuove, perche’ a me, non l’aveva detto nessuno che mi sarei costruita come persona per bene, capace di camminare nel mondo a testa alta, e avrei vissuto proprio per questo come un clochard.
Che non mi sarei potuta comperare libri, che avrei fatto fatica anche a prendere un bus per raggiungere una biblioteca. Che non mi sarei potuta permettere non dico un figlio – che infatti non ho avuto e vista l’eta’ non avro’ mai – ma nemmeno un gatto o un cane, perche’ costa mantenerli.
E che non saresi riuscita nemmeno a mantenere me.
E comunque.

Vi lascio queste righe, che vi siano balsamo e ‘apertura di spiragli’ come lo sono state per me. Ovviamente, non sono mie. Sono di Luigi Einaudi. E dovrebbero essere specchio di un mondo ormai distante da noi, ‘un mondo fa’ e invece sembra non solo l’altro ieri, anzi proprio adesso.

“Il giorno in cui si riconobbe che il metodo di rompere la testa agli avversari politici era caduto in discredito – ma era durato a lungo, per secoli e millenni – e si accetto’ la tesi del contare le teste invece di romperle; l’accettazione non si baso’ su un ragionamento. Si sarebbe dovuto supporre, per giustificare la razionalita’ del sistema, che tutte le teste fossero ugualmente atte alla scelta politica; laddove e’ noto che talune teste sono pensanti e le altre meramente ricettive del pensamento altrui; che le une sono fornite dell’attitudine a pensare, riflettere e giudicare, le altre sono del tutto impulsive; che alcune teste sono preparate e le altre sono del tutto digiune di qualsiasi voglia e capacita’ di preparazione alla scelta politica. Ma subito si dovette riflettere che la scelta fra certi tipi di teste e certe altre avrebbe dovuto essere fatta da giudici non solo sapienti ma imparziali e incorruttibili; sicche’, per la difficolta’ di valutare le teste, e per il pericolo di ritorno al vecchio sistema di romperle per affidare la scelta politica alle piu’ dure, si preferi’, come al minor male, ricorrere al sistema di contarle. Che non e’ razionale ed e’ un mito, destinato a durare sinche’ non se ne inventi uno migliore. Da quel che pare durera’ a lungo, anche perche’ ha operato tollerabilmente bene in tutti i paesi ed i tempi nei quali si e’ riusciti, con l’istuizione, l’educazione, l’esperienza e la discussione, a ridurre al minimo il rischio che i non pensanti piglino il sopravvento sui pensanti.”

E non aggiungo altro.

L. Einaudi: “Prediche inutili”, Ed. Einaudi, Gli Struzzi, 56, 1974© [pp. 32, 33]

13/03/12

Te ne regalo un po’…

Piccolo e verde...
Di buonumore dai, che qui le cose vanno cosi’ bene c’e’ tutta joia e allora condivido.
Che, hai presente? Lavori lavori e pero’, in compenso non sai come cacchio fare a vivere. E’ divertente. Prova! Che se paghi una bolletta salti il carburante, se paghi l’assicurazione dell’auto devi rinunciare al bollo, se paghi anche il bollo non mangi. Che poi, non sarebbe neanche un problema non mangiare, anzi, fa figo. Fa artista smunto (ogni speranza e’ vana) e disperato (qui si va piu’ sul sicuro).
Ma quei periodi belli proprio. Che ti chiedi come mai vivi in questa maniera, e lavori. Lavori per cosa? Che se ti capita di aver bisogno di una visita medica non riesci nemmeno a pagare il ticket, e i medicinali non parliamone nemmeno. Che una volta pagato il biglietto del treno – abiti in culo al mondo, e’ una colpa, ricordatelo – non puoi fare piu’ nessuna spesa nel mese, se non quelle due carote e tre mele. Che dovresti essere un filino, appunto, e invece ti ingoi tanto di quel nervoso che alla fine sei una mongolfiera sempre pronta al distacco dal suolo. Certo, son anche complici i legumi che ingerisci, che le scatole di ceci, lenticchie, piselli, fagioli di ogni colore e genere costano pochi centesimi. Putroppo.
Te l’ho esortato un po’ di buonumore alle spalle mie? Un sorriso, dai, piccolo.
Gnente. E che ti devo dire.
Che poi, non ti riesce mica di sorridere poi tanto alla vita, dopo tutte queste cose qui. Alla fine sei tanto rognosa (mi riferisco a me, e quindi lo metto al femminile, non ti dispiace vero?) e tanto agra che dove tocchi disintegri. Potresti anche solo parlare a te stessa, rivolta allo specchio che quello andrebbe crepato, fidati. Che alla fine anche il fine settimana e’ uno stillicidio.
Tu sei nera, fai diventare neri gli altri tutti intorno, compresi cani e gatti.
Quelli sono nervosi e non ti lasciano dormire, che sentono le tue ansie sai? Sentono che sei ncazzata dentro, sentono che hai gli spilli ovunque tocchi. E cosi’ ti rendono impossibile dormire, parlare, anche solo pensare.
E anche amare, se e’ per quello, che l’intimita’ se ne va a ramengo con i pensieri e i latrati.
E’ cosi’ che ti ritrovi la domenica, gia’ sola all’una, all’ora di pranzo.
Che hai fatto scappare tutti quanti. Se rientri in casa, probabilmente, vedrai, se ne sono andati anche i quattrozampe. Che ne hanno le palle piene di te e dei tuoi piagnistei. Cosi’ impari. Anzi no, non impari mai, asino che non sei altro.
Vedi? mentre scrivi, sbagli. Perche' in teoria (in un altro mondo parallelo, probabilmente) tu esorcizzi, e invece no, appare che ti lamenti.
Oh, ma tu ti lamenti sempre. Che buonumore che mi metti diosanto!
(scusa, il tuo post ha un po' pochi 'che' nel testo, potresti mica aggiungerne una manciata alla cazzodicane? grazie).
No basta, ho finito, giuro.

09/03/12

Un po' in prima persona, un po' no...


Che poi non so mica perche’ inizio sempre a scrivere con un ‘che poi’, mi starebbe anche un po’ sulcacchio. Pero’ continuo, vassapere. E’ che mi sembra di ricominciare un discorso interrotto pochi minuti prima. Come riprendere il filo dei pensieri, insomma. Che invece, sarebbe meglio ultimamente imbrigliarli questi pensieri qui. Che se inizio a buttare fuori robe son tutti fatti miei. Io lo dico sempre a me stessa che divento sempre piu’ acida e intollerante.
Mi dico che e’ l’eta’. E’ che polemica io ci sono nata, mica lo faccio apposta. Forse, semplicemente mi sono un po’ stragnaccata di dire sempre si’ a tutti, di essere buona, di non alzare mai la testa e protestare. Come se io non ci fossi.
E quindi. Niente, ci pensavo proprio l’altro pomeriggio mentre gridavo tanto al telefono con mia mamma che poi, mi hanno fatto male i nervi del collo per due giorni. Non scherzo. Che tra l’altro cosa grido a fare al telefono, che siamo a poche centinaia di metri l’una dall’altra, non lo so. Farei prima a salire e prenderla a sassate sulla fronte. E’ che mi preoccupano gli schizzi di pupu’, se proprio devo essere sincera.
E allora tanto vale, che alla fine se ti ha telefonato ne approfitti. E poi hai il volume cosi’ alto degli strepiti che probabilmente ti sente anche se butta giu’ la comunicazione che gli arrivi in linea d’aria, credo.
E quindi. Niente, che per quarant’anni ho perso tempo a capirla, a ascoltarla come un figlio dovrebbe fare con una madre e non viceversa. Che tanto lei si parla addosso e vomita parole, mica gliene frega di quello che dici tu, che ci parla sopra e gli passa direttamente dietro al culo, credo. E da sempre. Che cosi’ mi faccio una gran rabbia quando mi fa perdere il lume della ragione, perche’ so che e’ la pratica piu’ inutile della mia vita. Ma e’ piu’ forte di me, guarda. E tutte le volte che ci casco perdo ore e ore poi, mentre i nervi tirano, a capire perche’ lo faccio. Ogni volta. Che alla fine dovrei lasciar perdere, tanto e’ tutta ginnastica inutile.
E’ che non tutti abbiamo persone buone accanto. Forse non lo siamo neanche noi, non sempre intendo. Pero’ la cosa piu’ difficile e’ rendersi conto che propria madre non dice quelle cose e non e’ ‘in quella maniera’ - che cosi' bene conoscete - per questioni di nevrosi, di arteriosi, di malattia mentale.
No. E’ solo terribilmente, ignobilmente, inspiegabilmente, immotivatamente gramma.
Capire che le persone maligne (e dure come la pietra lavica dentro, intorcinate come i serpenti, come pietre bloccate nel duodeno) esistono gia’ e’ duro nella vita (che io continuo a pensare che son io cattiva, a vedere cosi’ certuni) ma pensare che fra queste persone c'e' pure vostra madre, ecco. Proprio lei, la persona alla quale, piu’ di tutte al mondo (ah-ah-ah) potete far riferimento, e’ sconcertante. Se non devastante. E non importa avere dieci, trenta o sessanta anni.
Ti lacera, ad ogni modo. Sapere che usa le parole, la confidenza e la conoscenza dei fatti della vostra vita per poter affondare di piu', il coltello. Anziche' lenire, e consolare. Che vi giudica, e nel farlo parla di qualcuno e qualcosa che voi non siete (ma assomiglia terribilmente a lei), che vi attribuisce pesi e colpe che non avete (ma son carichi che somigliano un po' troppo ai suoi), ecco.
Niente. Sappi che ti rimane il collo irrigidito, e la voce roca. Per un po'.
E una sgradevole sensazione tipo cacca tutto intorno...

01/03/12

Ti scrivo...

Che poi i momenti di silenzio un po’ ti prendono, ti scavano dentro. Ti mettono le mani nei nodi dei capelli. Che pensi, ricordi. Ti lasci prendere dalla neve, dal silenzio, da tutto quel bianco. E quindi? Taci. Che guardare, senza dire nulla a volte serve.
Anche quando ti dispiace dentro.
E se scorri sulle immagini, leggi il resto dei pensieri.

In quel mondo in bianco e nero,

che cammini e cammini lento e guardi intorno

vedi? i dettagli sono artifici sono invenzioni

tanto che al mondo senti solo i tuoi passi

nel loro immoto silenzio,

che e' sceso dentro. Ciao Lucio...